18 giugno 2013 01:40

Diciotto documentari nella competizione internazionale, nove “Imperdibili 2000-2011”, sette nella retrospettiva sui fratelli Maysles, altri sette nel “Panorama Bangladesh”… Anche quest’anno ho richiuso il programma del [Festival Millenium][1] di Bruxelles senza leggerlo fino in fondo, sconsolata. Troppa scelta. Chi intervistare? Nel 2011, sempre al Millenium, ero uscita entusiasta dalla proiezione di Japan: A story of love and hate di Sean McAllister, documentario atipico su un giapponese atipico chiamato Naoki.


Sean McAllister dieci giorni fa era a Bruxelles per presentare il suo lavoro più recente, The reluctant revolutionary, in gara nella competizione internazionale. “Trovare il personaggio giusto al momento giusto”, quando qualcosa in lui o intorno a lui sta per cambiare: è la scintilla che mette in moto questo regista britannico nato nel 1965, autore di quasi una decina di documentari (tra cui The Liberace of Baghdad, premiato al Sundance nel 2005) e [ammiratissimo][2] da Michael Moore. In The reluctant revolutionary il personaggio giusto si chiama Quais e fa l’operatore turistico in Yemen. Lavoro non facile, soprattutto all’inizio del 2011, quando sull’onda della rivoluzione in Tunisia a Sana’a nascono le prime proteste contro il presidente Saleh. Il documentario si apre su un momento di sconforto di Quais: un gruppo di turisti ha deciso di anticipare il ritorno a casa. Tutta colpa dei manifestanti, borbotta il giovane.


[The Reluctant Revolutionary][3] from [Festival Millenium][4] on [Vimeo][5].

McAllister è in crisi: sa di voler girare un documentario su Quais, ma sa anche - e non l’aveva previsto - che lo Yemen sta per vivere un momento storico. Quais però sembra indifferente, anzi ostile, al movimento di opposizione. “All’inizio passavamo le giornate a guardare Al Jazeera, con la rivoluzione che cresceva a due chilometri da casa sua. Se fossi stato a Londra sarebbe stata la stessa cosa”, ricorda McAllister. Poi qualcosa scatta nelle mente del giovane yemenita: insieme cominciano a frequentare il campo degli oppositori a Sana’a. Quais ascolta, commenta, assiste alla repressione dei manifestanti, partecipa alle proteste. Il personaggio giusto si unisce al momento giusto.

Su una terrazza benevolmente assolata incontro McAllister per un’intervista prima della master class che darà con gli altri ospiti del festival.

Per cominciare a girare un documentario hai bisogno di trovare un personaggio che ti ispiri, come Quais. Ma nel caso di *Japan: A story of love and hate *hai scelto prima il paese e poi il personaggio?

In realtà il caso giapponese non è stato così diverso. La società di produzione Nhk mi aveva invitato insieme ad altri tre registi stranieri a girare un documentario ambientato a Tokyo. Era l’unica condizione. Alla fine ho trovato il mio personaggio a duecento chilometri da Tokyo. Così ho detto a quelli della Nhk: “Sono qui da due anni, mi sono ritirato tre volte dal progetto, mi avete fatto tornare e mi avete dato altri fondi, e ora che ho trovato un personaggio è a Yamagata: che vogliamo fare?”. E loro: “Ti prego, basta che cominci a girare”.

Anche la scoperta di Quais è stata particolare…

All’epoca stavo cercando di lanciare un progetto in Siria. Mi ci era voluto parecchio per convincere la Bbc a farmi girare lì: erano fissati con la Libia, prima della primavera araba la Siria non era considerata molto interessante. Comunque, alla fine ero riuscito a ottenere il loro accordo e i soldi, ed ecco che i miei personaggi spariscono! A quel punto due persone che conoscevano il mio lavoro ed erano state in Yemen, dormendo entrambe nell’albergo di Quais, mi hanno detto: “Non possiamo aiutarti per la Siria, ma abbiamo conosciuto un tizio perfetto per te a Sana’a”.

Il progetto iniziale era molto diverso dal risultato finale?

Sì. Partendo per lo Yemen contavo di fare un documentario su un tizio che cerca di attirare i turisti in un paese dove Al Qaeda ogni tanto fa saltare in aria qualcuno. Riprendere i turisti, la vita nell’albergo, poteva funzionare, ma sarebbe stato un buon documentario, niente di più. Invece quando sono arrivato il contesto aveva preso una piega seria, drammatica, con l’inizio della rivoluzione. E non potevo prevedere come avrebbe reagito Quais.

Come descriveresti il rapporto che si crea con i tuoi personaggi?

A volte nasce una specie di amicizia. Durante il montaggio riproduciamo su una parete le varie trame, che in qualche modo devono procedere insieme. Una è sempre lo sfondo, il contesto; poi c’è l’evoluzione del personaggio, e quella dei personaggi secondari; un’altra trama riguarda me, il mio rapporto con il protagonista. Per esempio in Japan comincio da una certa distanza da Naoki, e più o meno a due terzi del documentario c’è un momento molto intimo, quando la sua ragazza dorme e lui mi dice: “Vedi, noi siamo working poor”. E poi alla fine, quando mette alla prova la loro relazione e fa piangere la ragazza, quello è un altro momento molto forte - anche se sul momento non ho capito nulla perché parlavano in giapponese!

Questo tipo di rapporto può nascere anche se il personaggio centrale è una donna? Per esempio in *Hull’s angel, del 2001, racconti la storia di Tina, una donna di quasi cinquant’anni che aiuta i richiedenti asilo mettendosi contro parte della comunità locale di Hull, la città dove sei nato.*

Anche con lei si è creata una certa intimità, ma con una donna le cose sono certamente diverse. Per me è stata una sfida. E comunque Tina era l’uomo della situazione! È stata molto criticata da alcuni miei amici di Hull, che non accettavano il suo comportamento. Se fosse stata un uomo non avrebbero avuto niente da ridire.


Anche il tuo ultimo lavoro - il cortometraggio *Peas and pay packets trasmesso dalla Bbc - parla di Hull… *

Sì, ora sto preparando una versione più lunga. È ispirata al libro di George Orwell La strada di Wigan Pier. Parla del mio ritorno a nord per documentare le condizioni di lavoro dei miei ex compagni di fabbrica. Il mio primo film, vent’anni fa, era ambientato nella fabbrica in cui lavoravo. Producevamo piselli surgelati. All’epoca avevo usato quelle riprese per fare la domanda d’iscrizione alla scuola di cinema. Sono immagini grezze, sgranate, che vorrei accostare a riprese attuali per mostrare com’è la vita oggi.

Hai già il personaggio giusto?

Ho quattro cari amici che stanno esplorando la città alla ricerca di persone da riprendere. Non è facile. Una delle soluzioni più semplici sarebbe cercare alcune delle persone che avevo ripreso vent’anni fa e vedere cosa sono diventate… In ogni caso il tema che mi interessa è quello dei working poor, che esistono in Inghilterra come in Giappone. Gente che pur lavorando non guadagna abbastanza per sopravvivere e deve rivolgersi ai banchi alimentari. Sai che i miei ex compagni di fabbrica sono il mio pubblico di riferimento? Se mentre giro un documentario penso che gli piacerà, vuol dire che funziona.

Questo è l’unico progetto al quale stai lavorando ora? La Siria è un capitolo chiuso?

No, è ancora aperto. I protagonisti del documentario sono una coppia. Ho conosciuto il marito un anno prima della primavera araba. Sua moglie era in carcere per aver scritto un libro che non era piaciuto ad Assad. Quando è cominciata la primavera araba ero in Yemen, e ho saputo che il marito era stato incarcerato anche lui. Sono tornato in Siria, dopo un po’ sono stati liberati entrambi e sono riusciti a fuggire prima in Libano, poi dopo un anno in Francia. Nel frattempo hanno arrestato me. E in carcere ho scoperto che è più terribile sentire torturare un uomo che vederlo uccidere. Ora in Francia marito e moglie stanno vivendo una situazione difficile, c’è molta tensione tra loro. Hanno passato la vita a lottare contro il regime di Assad e non riescono a stare lontani dal loro paese. È la storia di una famiglia lacerata dalla rivoluzione. Non avevo soldi per finirlo, ma un montatore mi ha contattato dopo aver letto una mia intervista e si è offerto di fare il lavoro gratis.

*Durante le riprese sul campo lavori sempre da solo? *

Sì, preferisco affidarmi alla gente del posto. Nel caso di The reluctant revolutionary mi hanno dato una mano il fratello e l’assistente di Qais. Pensa a Robert J. Flaherty, che per girare Nanuk l’eschimese formò alcuni eschimesi perché gli facessero da assistenti!

In Siria sei stato arrestato, in Yemen eri tra i manifestanti il 18 marzo 2011, quando le forze dell’ordine hanno sparato sulla folla uccidendo 52 persone. In *The reluctant revolutionary *a un certo punto tuo figlio, che è ancora un bambino, ti chiama e ti rimprovera perché stai rischiando la vita senza motivo.

Quando sei così coinvolto è difficile non restare… Forse non avrei dovuto farlo, non so. In ogni caso non sono stato coraggioso. Il 18 marzo per esempio ero nelle retrovie, mentre c’era una giornalista occidentale in prima linea. Non sono un corrispondente di guerra. In quei momenti mi guida una specie di beata inconsapevolezza.

Ci sono documentaristi che apprezzi perché vicini al tuo modo di lavorare?

Mi piace molto l’approccio anarchico ed eclettico di Wener Herzog. Tira sempre fuori cose strane, alcune azzeccate, altre no. Probabilmente chi ha mi ha influenzato di più è stato l’australiano Dennis O’Rourke. Aveva un approccio simile al mio, ma rimaneva dietro alla cinepresa più di me. Poi ci sono i pionieri: Donn Alan Pennebaker con Don’t look back e altri splendidi lavori degli anni sessanta. Pennebaker continua a fare cose splendide ora che ha più di ottant’anni. Stavo per dire Michael Moore, ma non saprei… Sicuramente ha fatto molto per riportare i documentari sul grande schermo, ma non sono certo che ci abbia aiutati. In un certo senso potrebbe aver screditato il nostro lavoro con i suoi film, che tendono a estremizzare i dibattiti… Ad essere sincero, comunque, non guardo molti documentari.

Altre informazioni sul lavoro di Sean McAllister sono disponibili sul suo sito.

Francesca Spinelli è giornalista e traduttrice. Vive a Bruxelles e collabora con Internazionale. Su Twitter: @ettaspin