Dove vanno i grandi festival?

09 giugno 2015 16:20
Sean Penn e Charlize Theron all’anteprima di Mad Max: fury road al festival di Cannes, il 14 maggio 2015.

Stanno per cominciare le rassegne dei film di Cannes 2015 a Roma e a Milano, un’occasione per vedere in anteprima molti dei film del concorso e gran parte della Quinzaine des réalisateurs, che quest’anno è stata la sezione più interessante. È un momento buono per ripensare un po’ al festival di quest’anno e porsi qualche domanda su un altro concorso, quello di Venezia, del quale tra poco più di un mese sapremo i titoli.

Troppa Francia in selezione a Cannes, e non la migliore, con l’eccezione di Dheepan di Jacques Audiard, vincitore della Palma d’oro, e soprattutto di La loi du marché di Stéphane Brizé, al cui protagonista, Vincent Lindon, è andato il premio per il miglior attore. C’era molto cinema d’impegno politico-sociale. Ma è davvero così originale questo cinema sociale in concorso rispetto a quanto proposto, per esempio, dalla sezione parallela e indipendente dell’Association pour le cinéma indepéndant et sa diffucion (Acid)? È così che scopriremo i nuovi fratelli Dardenne?

Il settimanale francese Les inrockuptibles, commerciale ma attento alle frontiere più interessanti del cinema d’autore, ha fatto un’inchiesta coinvolgendo produttori, distributori e il direttore artistico del festival Thierry Fremaux. E malgrado le smentite ufficiali emerge un progetto preciso: quello d’inseguire un cinema che sia al tempo stesso sociale e commerciale, forse televisivo. Formattato, potremmo dire con una parola. E il concetto di format è opposto alla ricerca artistica.

A sostituire Gilles Jacob, un critico che ha diretto il festival di Cannes per oltre trent’anni facendolo diventare il più importante d’Europa se non del mondo, è stato chiamato da quest’anno Pierre Lescure, un uomo che arriva dal mondo della cultura – è stato tra i fondatori delle prestigiose Éditions de Minuit – ma che è scivolato pian piano nell’ambito dell’audiovisivo e della televisione per il grande pubblico. Un ambiguità sottile, ma interessante. Forse il sintomo di un malessere ormai totale dei valori alti in una società dominata dai valori bassi del narcisismo dell’apparire e della vacuità, tipici della società dello spettacolo di Guy Debord (ne parlavamo a proposito di Cemetery of splendour del tailandese Apichatpong Weerasethakul).

Ci si può chiedere naturalmente se questo non sia proprio il frutto avvelenato, sul lungo termine, della strategia elaborata per prima da Cannes: giocare sull’apparenza di un festival di paillettes e star, usandolo come cavallo di Troia per far uscire i soldatini dell’arte, intesa invece come strumento d’interrogazione interiore attraverso l’estetica e l’emozione. Non è una questione irrilevante: tutti i concorsi che contano – Cannes, Venezia, Berlino, Locarno, Torino, Rotterdam, con forse l’unica eccezione di Toronto – sono festival del cinema inteso come arte. Nascono con questa ragion d’essere. Non per nulla, quello di Venezia è una “Mostra d’arte cinematografica”, inserita tra le manifestazioni della Biennale.


Alla nuova presidenza del festival di Cannes va lasciata la possibilità di essere giudicata su almeno tre edizioni. Vedremo come evolverà nel frattempo il festival di Venezia.

Gli otto anni diretti da Marco Müller a livello di selezione sono stati un vero ciclone che hanno portato Venezia allo stesso livello di Cannes, sbaragliando Berlino. Nel 2004 al solo annuncio dei titoli selezionati per la prima edizione dell’epoca mülleriana, il quotidiano francese Libération scriveva che Venezia si accingeva a fare seriamente concorrenza a Cannes, e sappiamo tutti che i francesi non s’inchinano tanto facilmente agli stranieri. Müller, grande scopritore di talenti e d’intere cinematografie, non ha mai goduto di una protezione come quella di cui beneficiava in Francia Gilles Jacob, sempre supportato dallo stato e dai governi che si sono succeduti, di destra o sinistra che fossero. Dopo Müller abbiamo avuto i quattro anni, ben più quieti, di Alberto Barbera.

Il mandato quest’anno volge al termine, ma se Barbera non venisse riconfermato c’è da sperare che venga mantenuta la bella intuizione di inserire sistematicamente il documentario d’autore nel concorso. Se non fosse possibile un ritorno di Müller, sarebbe apprezzabile una via di mezzo tra quest’ultimo e Barbera, e magari una donna.

Rilanciare il festival veneziano anche per mezzo di una selezione di livello internazionale potrebbe essere importante per il governo Renzi, un gesto significativo di attenzione per il Veneto. Quando si toccano la Biennale e la Mostra d’arte cinematografica, istituzioni culturali amate-odiate dai veneti, questi si sentono punti nell’orgoglio: rilanciarle con un progetto realmente ambizioso, costante nel tempo e concordato con l’opposizione (se possibile) sorprenderebbe.

È opportuna anche un’osservazione sulle giurie. Nel bel supplemento sul festival di Le Monde, pubblicato il 14 maggio scorso, compare un intervista di Thomas Sotinel ai fratelli Coen, presidenti della giuria di quest’anno. L’intervista ha un titolo molto eloquente: “La compétition favorise la discussion”. Quest’anno in giuria si è litigato e questo palmarès è il brutto compromesso finale. Ma rispetto al passato i giurati vengono dalla professione di cineasta, raramente dalla critica.

Dopo aver letto quest’intervista azzardiamo un’ipotesi: i Coen, nel giudicare questi film, si portano dietro dagli Stati Uniti anche un piccolo complesso d’inferiorità?

Giurie e palmarès passano, e i film che restano magari sono altri

La domanda finale dell’intervista è: “Il cortometraggio che faceste nel 2007 per il 60° anniversario di Cannes, con Josh Brolin vestito da cowboy che esita tra la Regle du jeu di Jean Renoir (1939) e Climates (2006) di Nuri Bilge Ceylan, ci dice qualcosa sulla vostra relazione con il cinema europeo?”. Risposta di Ethan Coen: “Assolutamente sì. Siamo estranei a questa tradizione. Non ne abbiamo l’abitudine, ma a volte è interessante. Josh siamo noi”.

Giurie e palmarès passano, e i film che restano magari sono altri. Basta scorrere la lista dei film premiati con la Palma d’oro o il Leone d’oro per accorgersi che se sono molti i film premiati a essere rimasti nella storia del cinema, non sono pochi quelli dimenticati o ridimensionati.

Il più bel film di quest’anno era alla Quinzaine des réalisateurs, e in realtà era una trilogia: As mil e uma noites (Le mille e una notte) del portoghese Miguel Gomes. La Quinzaine, come ha riconosciuto perfino Variety, quest’anno era davvero il luogo della resistenza e delle scoperte. Hanno fatto bene Gomes e la produzione ad accettare di essere in Quinzaine, visto l’entusiasmo dei selezionatori, e resistere alla tentazione della selezione ufficiale in Un certain regard, dove in questa selezione sono stati proposti molti buoni film, al contrario del concorso ufficiale, ma un unico film davvero speciale, scusate il bisticcio di parole, il già citato Cemetery of splendour. Era come se il festival cercasse un alibi fortemente autoriale, anzi d’indipendenza totale – creativa, produttiva e politica – per meglio nascondere, o giustificare, una selezione poco ardita.

Nella trilogia portoghese ci sono il mondo mitico delle fiabe sognanti primordiali e surreali, il pop esuberante in stile pasoliniano rivisto, e il mondo reale, il tutto con colori caldissimi e sensuali senza essere fasulli (equilibrio non facile): un risultato che Gomes deve a Sayombhu Mukdeeprom, direttore della fotografia tailandese rubato al regista di Cemetery of splendour (il quale ha trovato un nuovo direttore della fotografia con il messicano Diego Garcia).

E poi sequenze musicali pop con tutta la leggerezza degli anni sessanta e settanta, dalle quali s’intrecciano e sviluppano le interviste con la povera gente e la gente comune tout-court, rovinata dalle politiche di austerità imposte dall’Unione europea. C’è molta ironia, molta sofferenza pudica, molta vitalità in questo gesto politico d’autore che mette in mostra il “popolo” in maniera gioiosa ma non falsa, un cinema d’autore fatto “con” il popolo. Il film si avvale in maniera importante della collaborazione di tre giornalisti portoghesi licenziati per avere scritto cose scomode. Ora sono tra gli eroi del film. Chissà se qualcuno in Italia se ne accorgerà e se qualcuno inviterà nel nostro paese il regista magari assieme ai tre giornalisti.

Il film di Gomes fa uso dell’allegoria, come anche The Lobster del greco Yorgos Lanthimos (premio della Giuria) e Maryland di Alice Winocour, ed è un elemento insieme positivo e negativo. Positivo perché l’allegoria rafforza la finezza del messaggio attraverso l’uso di simboli, negativo perché è il piano retorico al quale di solito le arti fanno ricorso sotto dittatura (o in democrazie limitatissime), dall’Unione Sovietica di ieri alla Cina o la Russia di oggi, dal Sudamerica delle dittature degli anni settanta alla Thailandia di oggi, dalla Spagna di Franco all’Africa contemporanea. Inquietante.

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