18 giugno 2015 16:21

Il “boh” con cui il leader leghista Matteo Salvini ha commentato le parole del papa sui migranti di un paio di giorni fa (“vi invito tutti a chiedere perdono per le persone e le istituzioni che chiudono la porta a questa gente che cerca una famiglia, che cerca di essere custodita”, aveva detto con velenosa benevolenza il pontefice rivolgendosi ai fedeli in piazza San Pietro), suggella nel modo migliore l’impossibilità che la classe politica italiana stabilisca un confronto o un dialogo aperto con papa Francesco.

Del resto i dirigenti politici nostrani, abituati a un rapporto “preferenziale” con il Vaticano, non riescono a capire cosa sia successo: chi è questo vescovo di Roma che ci ignora, ci tratta male e viene pure dall’Argentina?

E allora svicolano un po’, perché mettersi a parlare di corruzione, migranti, povertà, disoccupati e ambiente con un papa ostico, disturbatore di professione, può diventare difficile. Di conseguenza quella familiarità vagamente insidiosa tra le due sponde del Tevere si è interrotta, il papa “glocal” parla un’altra lingua.

Dall’altra parte dell’Atlantico si fanno meno problemi in questo senso. Jeb Bush, nel giorno in cui si è candidato alle primarie del Partito repubblicano statunitense, ha mandato a Roma un messaggio inequivocabile: il papa non deve occuparsi di politica, ambiente e riscaldamento globale, la religione dovrebbe aiutare a rendere migliori le persone.

Appunto, risponderebbe probabilmente Bergoglio, che non si tira certo indietro di fronte alle polemiche. Nella sua enciclica “verde” il pontefice non parla solo di governi, poteri economici, finanza, sprechi e sfruttamento: invita anche a riorganizzare i consumi a livello individuale, a non sprecare inutilmente e a non consumare più del necessario. Evidentemente esistono concezioni diverse su come si diventa migliori.

La sensazione è che l’attenzione del papa per l’Italia sia relativa. Vale a dire: il rapporto è solido, ma i problemi del mondo si discutono altrove

Le ultime uscite del pontefice hanno unito nella disapprovazione personaggi apparentemente molto lontani tra di loro: nel gruppetto spiccano i repubblicani statunitensi come Rick Santorum e Jeb Bush, seguiti da Salvini che ha messo il broncio e ha detto “non è più simpatico”. Comunque la si pensi, è una compagnia che mette qualche brivido.

D’altro canto, è cosi che stanno le cose: papa Francesco riceve e incontra Barack Obama e Vladimir Putin, Raúl Castro ed Evo Morales, il premier greco Alexis Tsipras e la cancelliera tedesca Angela Merkel; anche Mattarella e Renzi, certo, ma la sensazione è che l’attenzione del papa per l’Italia sia relativa. Vale a dire: il rapporto è solido, ma i problemi del mondo si discutono altrove.

Su un piano più serio, nella graduatoria di interventi e relazioni del papa c’è anche un segno del declino del nostro paese. Se infatti storicamente la Santa sede è uno dei grandi attori internazionali, l’Italia fino a un paio di decenni fa giocava – sia nel consesso europeo e mondiale sia in rapporto al Vaticano cui era storicamente legata – un ruolo da paese di primo piano. Le due vicende chiamate in causa negli ultimi giorni da Bergoglio – la questione esplosiva delle migrazioni legata alle crisi e ai conflitti a catena della regione araba e dell’Africa, così come il rapporto tra degrado ambientale e sfruttamento di popoli e risorse – non trovano più in casa nostra interpreti all’altezza della situazione (fa eccezione il discorso del presidente Mattarella all’Expo).

Se è vero che il papa si è assunto il compito, quale leader religioso mondiale, di parlare a nome degli “scartati”, dell’umanità rifiutata, dei popoli colpiti dai disastri climatici, indubbiamente quando Francesco nell’enciclica picchia duro su una finanza ormai padrona della politica, ad Atene e a Bruxelles a qualcuno fischiano le orecchie.

E qui l’incapacità degli establishment di uscire dalla strettoia ideologica diventa clamorosa. Che i mercati controllino ormai le scelte politiche e quindi i destini delle persone erano già in molti a dirlo, ma che a farlo – con dovizia di particolari economici e allo stesso tempo visione umanistica – sia il più importante leader religioso del mondo cambia un po’ le cose.

In questo senso valga per tutti il passaggio di Laudato si’ dedicato alle banche e alla crisi iniziata nel 2008: “Il salvataggio a ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura”.

Insomma, dopo la Grecia toccherà a qualcun altro, perché non finisce qui se non si cambia il sistema.