Le minacce sul muro del municipio di Catemaco, nello stato di Veracruz, in Messico, il 13 novembre 2016.

In America Latina fare il prete significa rischiare la vita

Le minacce sul muro del municipio di Catemaco, nello stato di Veracruz, in Messico, il 13 novembre 2016.
23 gennaio 2017 16:10

Rapimenti, aggressioni, torture, estorsioni, uccisioni violente: è dura la vita dei sacerdoti al tempo della criminalità organizzata, dei grandi cartelli della droga che controllano territori, città, quartieri, intere regioni e stati di vari paesi in America Latina.

Il Messico è certamente una delle nazioni più colpite dal fenomeno, ma nei mesi scorsi violenze e omicidi hanno scosso pure l’Argentina. Dal 2005 al 2016 quasi 140 “operatori pastorali” (sacerdoti, religiose, laici) sono stati uccisi in America Latina, poco meno del 50 per cento di quelli uccisi nel resto del mondo nello stesso arco di tempo. Nel 2016, in tutto il continente, quindi compresi gli Stati Uniti, le vittime di morte violenta sono state 12 (nove preti e tre suore). Al confronto, gli attacchi contro religiosi da parte del terrorismo fondamentalista islamico sembrano ben poca cosa; la scia di sangue e di martiri, o comunque di morti lasciati sul campo dalla chiesa in centro e sud America per diverse ragioni, è impressionante, ma fa notizia solo fino a un certo punto.

Degrado sociale, povertà, furti, rapine – che s’intrecciano con le violenze provocate dai narcos – sono all’origine del fenomeno. Bisogna poi considerare il vasto territorio amazzonico, l’impegno della chiesa in difesa delle popolazioni indigene e dell’ecosistema, le rappresaglie da parte di grandi gruppi industriali, dei terratenientes brasiliani, che sfruttano selvaggiamente le risorse ambientali della regione e non esitano a eliminare con ogni mezzo chi ostacola l’instancabile opera distruttrice della foresta pluviale.

In questo quadro, il Messico – come nel recente passato la Colombia – si è trasformato in un paese talmente violento che anche fare il prete è diventato pericoloso. Le notizie che arrivano da lì sono drammatiche: l’ultima è quella dell’attacco a un locale a playa del Carmen (nello Yucatán), in cui ci sono stati cinque morti tra cui un italiano; il sanguinoso attentato è stato rivendicato da Los Zetas, uno dei più violenti gruppi di narcos messicani. La sequenza delle violenze è spaventosa: assalti a sedi giudiziarie, ritrovamento continuo di cadaveri, non di rado decapitati – roba da far impallidire i jihadisti dello Stato islamico. E poi la collusione con il crimine di settori delle forze di sicurezza e delle autorità politiche, i metodi brutali usati dalla polizia, la repressione delle proteste.

Negli ultimi quattro anni, secondo dati diffusi della chiesa messicana, sono stati assassinati 15 sacerdoti

Così la violenza dilaga nella vita quotidiana, alimentata pure dalle sofferenze economiche. In un contesto simile, lo strapotere dei “califfati della droga” – che governano di fatto con il sangue e il terrore una parte considerevole delle regioni del nord, quelle che confinano con gli Stati Uniti, il principale mercato per la coca e l’eroina sudamericane – non risparmia le sagrestie pur di affermare il proprio predominio.

L’ultimo omicidio è stato quello di padre Joaquín Hernández Sifuentes, 43 anni, sacerdote della diocesi di Saltillo, in Messico (stato di Coahuila, nel nord), ben voluto dalla comunità, impegnato come tutta la diocesi nel contrasto al narcotraffico e in difesa dei diritti umani. Secondo l’autopsia il sacerdote è stato picchiato e poi strangolato. Il fatto è probabilmente avvenuto nella stessa parrocchia del prete, nella località di Aurora. Padre Sifuentes era scomparso il 3 gennaio ma il suo corpo è stato ritrovato il 12 gennaio in un altro stato, nel Nuevo León.

Sull’omicidio le autorità stanno ancora indagando, due giovani sono stati arrestati e accusati dell’assassinio. Le ragioni della violenza non sono del tutto chiare: è possibile che vi sia stato un alterco, un litigio fra i tre – i due indagati hanno inoltre evocato molestie sessuali da parte del prete – di certo c’è la morte violenta, il furto, il tentativo di occultare il cadavere. Naturalmente non è escluso che le motivazioni reali siano altre, che s’intreccino cioè con minacce, intimidazioni per il lavoro svolto dal sacerdote o più in generale dall’attività della chiesa nella regione, o a qualche forma di estorsione. D’altro canto la raccolta di testimonianze in simili contesti non è facile.

In ogni caso padre Sifuentes è il primo prete di questo 2017 ucciso in Messico, mentre negli ultimi quattro anni, secondo dati diffusi della chiesa messicana, sono stati assassinati 15 sacerdoti e a più di trenta è toccata la stessa sorta dal 2006 a oggi. Questo senza contare i preti desaparecidos, i rapiti torturati e poi rilasciati, le religiose sequestrate o percosse, le centinaia di casi di estorsione di cui sono vittime anche i sacerdoti, come denunciano i rapporti diffusi dalle autorità ecclesiastiche di Città del Messico. La chiesa messicana ha indicato almeno tre cause principali per queste morti violente: la violenza diffusa nel paese, la denuncia da parte di certi sacerdoti e vescovi della corruzione e di altri fattori critici della vita pubblica, il coinvolgimento dei preti in situazioni “inappropriate”.

Rompere il silenzio
I rappresentati della chiesa “non vivono in una campana di vetro”, ha detto il vescovo di Saltillo, Raúl Vera, quando si è appreso della morte violenta di padre Sifuentes; Vera è uno dei vescovi da sempre più attivi nella difesa dei diritti dei migranti e impegnato nel contrasto al crimine organizzato come nella tutela dei diritti umani (ha ricevuto anche riconoscimenti internazionali). In passato però è stato pure richiamato all’ordine dal Vaticano mentre oggi si trova in larga sintonia con papa Francesco. “Siamo esposti come è esposta tutta la società”, ha spiegato ancora, quindi ha chiesto alle autorità, ai mezzi d’informazione e alla procura la massima professionalità nell’indagine.

Le violenze, dunque, non risparmiano il clero, tanto più quando preti o vescovi rompono connivenze e silenzio e provano a ostacolare i colossali interessi economici rappresentati dalle varie attività criminali: traffico di droga, controllo della tratta dei migranti, prostituzione, riciclaggio, estorsione. Ancora in Messico, tra il settembre e il novembre del 2016, altri tre sacerdoti sono stati assassinati (due nello stato di Veracruz e uno nel Michoacán, un altro rapito, torturato e poi rilasciato di nuovo nella diocesi di Veracruz), si tratta di regioni in cui i grandi cartelli della droga giocano un ruolo fondamentale nel controllo del territorio, e in effetti tra le cause di queste morti si ritiene che ci sia la denuncia del narcotraffico da parte degli stessi preti o delle loro diocesi.

Non c’è solo il Messico però. Anche in Argentina un prete antinarcos e anti-criminalità, Juan Viroche, è morto in modo violento nella regione di Tucumán, nel nord del paese. È stato trovato impiccato nella sua parrocchia di Nuestra Señora Del Valle-La Florida nell’ottobre scorso. Il tentativo, in quel caso, come in molti altri, è stato quello di far credere che ragioni personali o sentimentali, una relazione con una donna, fossero all’origine della morte violenta. Versione contestata dalla chiesa e soprattutto dalla popolazione; tra l’altro padre Viroche – che aveva denunciato pubblicamente l’attività dei narcotrafficanti e lo sfruttamento della prostituzione – stava per essere trasferito in un’altra parrocchia per ragioni di sicurezza. Naturalmente ogni vicenda è una storia a sé, e tuttavia la morte “accidentale” di un prete è diventata nel corso degli ultimi decenni in America Latina fin troppo frequente.

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