La ricerca di sopravvissuti dopo un bombardamento a Urm al Jaws, a sud di Idlib, Siria, il 21 luglio 2019. (Anas Alkharboutli, Picture-Alliance/Dpa/Ap/Ansa)

Il papa scrive ad Assad per chiedere la fine delle violenze del regime

La ricerca di sopravvissuti dopo un bombardamento a Urm al Jaws, a sud di Idlib, Siria, il 21 luglio 2019. (Anas Alkharboutli, Picture-Alliance/Dpa/Ap/Ansa)
22 luglio 2019 17:07

La Santa Sede ha rivolto un appello urgente al presidente siriano Bashar al Assad chiedendogli di porre fine alle migliaia di detenzioni illegali, alle torture, alle sparizioni, alle esecuzioni extragiudiziali degli oppositori politici; lo ha inoltre invitato a far rilasciare le persone detenute senza motivo nelle carceri del regime.

La presa di posizione del Vaticano è senza precedenti, almeno dal punto di vista della diplomazia internazionale. Papa Francesco ha infatti inviato una lettera al presidente Assad – di cui è stata data notizia dal Vaticano il 22 luglio – nella quale è elencata una serie di priorità per far uscire la Siria dalla crisi gravissima in cui è precipitata ormai dal 2011. In pratica, Bergoglio, da una parte chiede al regime di farsi protagonista di un concreto sforzo negoziale, dall’altra denuncia – come mai era avvenuto in passato – le numerose violazioni dei diritti umani che stanno sfigurando il volto del paese mediorientale.

La missiva del pontefice è stata recapitata al presidente siriano da ben due cardinali: il porporato di origine ghaneana Peter Turkson, prefetto del dicastero vaticano per lo sviluppo umano integrale (il ministero delle politiche sociali e umanitarie del Vaticano), e dal nunzio apostolico in Siria, cardinale Mario Zenari.

Un precedente importante
In particolare, Francesco rinnova il proprio allarme per la situazione umanitaria nella quale si trova la popolazione civile nella zona di Idlib, città posta sotto assedio dalle forze governative appoggiate da reparti russi secondo quanto riportato da varie agenzie d’informazione internazionali (tuttavia Mosca ha smentito ufficialmente una propria presenza militare nell’area).

La Santa Sede ricorda come nella provincia di Idlib, la zona dove infuriano i combattimenti, vivano più di tre milioni di civili di cui 1,3 milioni sono sfollati interni. Per questo, afferma nella sua lettera il papa, deve in primo luogo essere rispettato il diritto internazionale umanitario le cui norme tutelano le popolazioni coinvolte nei conflitti, quindi si chiede di risparmiare le principali infrastrutture come scuole, ospedali e strutture sanitarie.

La Santa Sede, attraverso una nuova iniziativa diplomatica, ha puntato i riflettori su una guerra che non cessa di mietere vittime

“Davvero”, ha detto il segretario di stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, commentando il messaggio di Francesco, “quello che sta accadendo è disumano e non si può accettare”.

La lettera recapitata a Bashar al Assad ha un precedente importante: nel dicembre del 2016 il papa rivolse un altro appello al capo del regime domandando, anche in quel caso, che fossero messi i salvo i civili intrappolati nella battaglia di Aleppo; si incoraggiava inoltre il negoziato internazionale che stava per prendere il via a Ginevra con l’obiettivo di trovare una via d’uscita alla crisi. Da allora le cose sono ulteriormente peggiorate, anche quella flebile speranza di pace si è spenta mentre l’involuzione del dramma siriano continua ad avere conseguenze su tutto il Medio Oriente e sullo scacchiere mondiale.

Il nodo del rientro di sfollati e profughi
È in tale contesto che la Santa Sede, attraverso una nuova iniziativa diplomatica, ha puntato i riflettori su una guerra che non cessa di mietere vittime, di alimentare un flusso senza fine di sfollati e profughi, di produrre una serie ininterrotta di orrori. E proprio sul tema dei profughi il Vaticano ha fatto sentire la sua voce per chiedere “il rientro in sicurezza degli esuli e degli sfollati interni” e di chiunque abbia desiderio di tornare nel proprio paese d’origine.

Si tratta di una quesitone tutt’altro che secondaria. Da una parte, infatti, in molti scelgono di non rientrare nei loro villaggi per timore delle rappresaglie messe in atto dalle forze di sicurezza del regime (è sufficiente appartenere alla categoria degli sfollati per risultare sospetti); allo stesso tempo la cacciata di milioni di siriani dalle loro terre in ragione del conflitto aveva lo scopo di realizzare una sorta di pulizia etnica su larga scala, di riscrivere cioè la composizione demografica del paese in larga maggioranza sunnita, in favore della minoranza alawita, a cui appartiene Assad, e dei suoi alleati.

Quello del ritorno rimane così un nodo centrale e irrisolto di ogni negoziato di pace che si voglia intavolare sulla Siria. In questa cornice il papa usa più volte, nella sua lettera, il termine “riconciliazione”, parola gradita al regime che la inquadra però in un processo di pacificazione a suo esclusivo uso e consumo, una sorta di “reconquista”-riconciliazione sulle macerie della Siria. Altro è una riconciliazione che tenga conto della complessità sociale del paese, o di ciò che ne rimane, senza rinunciare a un minimo di senso di giustizia verso chi ha sofferto più pesantemente le conseguenze del conflitto.

Il Vaticano certifica che nelle carceri ufficiali e clandestine siriane avvengono soprusi e violenze, torture, esecuzioni

Ma è stato il cardinale Parolin a restituire l’alto valore umanitario della lettera del papa, in un’intervista rilasciata appositamente all’Osservatore Romano. “A Papa Francesco”, osserva il segretario di stato vaticano, “sta particolarmente a cuore anche la situazione dei prigionieri politici, ai quali – egli afferma – non si possono negare condizioni di umanità. Nel marzo 2018”, aggiunge “l’Independent international commission of inquiry on the Syrian Arab Republic ha pubblicato una relazione a questo proposito, parlando di decine di migliaia di persone detenute arbitrariamente. A volte in carceri non ufficiali e in luoghi sconosciuti, essi subirebbero diverse forme di tortura senza avere alcuna assistenza legale né contatto con le loro famiglie. La relazione rileva che molti di essi purtroppo muoiono in carcere, mentre altri vengono sommariamente giustiziati”. Il papa, spiega Parolin, più in generale, “cita pure il rilascio dei detenuti e l’accesso per le famiglie alle informazioni sui loro cari”.

L’intervento del cardinale ha il suo peso: una delle diplomazie mondiali più rispettate a livello globale e di più lunga esperienza, certifica senza mezzi termini che nelle carceri ufficiali e clandestine del regime guidato da Assad, avvengono soprusi e violenze di ogni genere, torture, esecuzioni. Non può essere dimenticato del resto, che tra gli oppositori politici del regime siriano rientrano in gran parte quanti chiedevano maggiori libertà, democrazia, giustizia sociale.

Diplomazia disarmata
Certo, in questi anni non sono mancate le denunce da parte di ong, associazioni, organismi indipendenti, e tuttavia il fatto che il Vaticano denunci un sistema di violazioni così diffuso e ampio, costituisce un fatto rilevante, forse un punto di non ritorno nella storia della guerra siriana.

L’intervento del papa ufficialmente si muove nel solco di quella diplomazia disarmata portata sempre avanti dal Vaticano: la preoccupazione principale non è, in una simile prospettiva, di tipo strettamente politico ma riguarda gli aspetti umanitari della crisi. Tuttavia è indubbio che il gesto del papa costituisca allo stesso tempo il tentativo di rompere il silenzio intorno a uno dei conflitti più gravi, duraturi e sanguinosi del nostro tempo.

La mossa del papa, infine, non è un evento isolato. Non va dimenticato che solo lo scorso 4 luglio il pontefice ha ricevuto in Vaticano per un lungo colloquio il presidente russo Vladimir Putin, grande alleato e protettore di Bashar al Assad; tra i temi trattati in Vaticano da Francesco e Vladimir c’è stata, neanche a dirlo, la crisi siriana.

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