I due papi. (Netflix)

Il papato è un grande film, soprattutto se i papi sono due

I due papi. (Netflix)
09 gennaio 2020 10:18

Joseph Ratzinger aveva davvero la forte ambizione di fare il papa e promosse la propria candidatura tra i cardinali riuniti in conclave nel 2005? Jorge Mario Bergoglio si sentiva veramente perseguitato dai fantasmi della dittatura argentina prima di essere eletto pontefice? Due papi si confrontano, discutono, litigano apertamente, poi si riconciliano pur nelle differenze di cui sono ormai sempre più coscienti, e in qualche modo si comprendono reciprocamente.

Si può dire che I due papi sia un film di fantasia ben radicato nella realtà. La pellicola girata dal brasiliano Fernando Meirelles e sceneggiata dal neozelandese Anthony McCarten (autore di una pièce teatrale sullo stesso soggetto) – prodotta e diffusa con successo dalla piattaforma online Netflix – ricostruisce in modo originale uno dei passaggi salienti dell’ultimo decennio: le dimissioni di Benedetto XVI e l’elezione di Francesco. Due papi, appunto, che di fatto convivono nel piccolo regno vaticano e si conoscono: uno emerito, un inedito ex pontefice, e uno in carica, in una successione al soglio di Pietro che non è passata più – come da tradizione plurisecolare – per la morte del predecessore.


In tempi in cui forse le leadership politiche non esercitano un grande fascino, non catturano spinte ideali e speranze collettive, nella stagione un po’ cupa delle “democrature”, dei leader nazionalisti che proclamano un sinistro “prima noi”, il papato si rivela un grande luogo cinematografico, fonte di narrazioni, di teatralità, di conflitti, fragilità, scandali, e soprattutto di possibili interpretazioni del mondo anche opposte, eppure visibili, delineate in personalità e valori differenti.

D’altro canto una certa retorica epicità mediatico-cinematografica non è mancata negli ultimi decenni anche in altri momenti forti vissuti in Vaticano: si pensi alla partecipazione di massa ai funerali di Giovanni Paolo II, papa per oltre 27 anni, preceduti da un’agonia del pontefice durata giorni (l’evento si trasformò di fatto in un kolossal televisivo): il corpo stesso del papa polacco era diventato oggetto di un’autentica ossessione televisiva, quasi una pornografia della sofferenza vista la malattia di cui Karol Wojtyła era vittima e che mese dopo mese lo menomava sempre di più. La canonizzazione contemporanea di Giovanni Paolo II e di Giovanni XXIII, il 27 aprile 2014, celebrata da Francesco e alla quale assistette Ratzinger, vide la presenza in piazza San Pietro di ben quattro papi, tra vivi e deceduti. La realtà, insomma, è avanti rispetto alla fantasia o alla fiction, anche se l’immaginario mediatico a volte si perde dietro a episodi minimi, come la reazione stizzita (e umana) di Francesco di fronte a una fedele che lo strattona.

Nel film di Meirelles vengono raccontati sinteticamente i due conclavi che hanno portato all’elezione prima di Benedetto poi di Francesco, ma il cuore della narrazione è costituito da un lungo dialogo tra i due papi intervallato da flashback e riflessioni relativi al passato di Bergoglio o a descrizioni della vita privata di Benedetto XVI. Bisogna dire che se l’opera regge è anche grazie alla bravura dei due protagonisti: Anthony Hopkins-Ratzinger e Jonathan Pryce-Bergoglio. E anche alla sceneggiatura. Il film, infatti, coglie bene le differenze essenziali di pensiero tra il pontefice dimissionario e l’arcivescovo argentino (non solo quelle caratteriali, pure notevoli e ben interpretate): la ricerca da parte del teologo tedesco di una verità stabile e sicura, fondamentale e indiscutibile – come indiscutibile dev’essere l’istituzione che la promuove – in un’epoca che egli stesso vede come incerta, di crisi, in cui la fede è messa in discussione, la chiesa non più ascoltata.

Il film ha il merito di non aggirare il grande nodo drammatico della biografia di Bergoglio, ovvero gli anni della dittatura argentina

Non va dimenticato che Joseph Ratzinger svolse prima del conclave del 2005, quello che lo elesse, un’efficacissima campagna elettorale pubblica che ebbe tre momenti chiave: la messa per le esequie di don Giussani, il fondatore di Comunione e liberazione (a poche settimane dalla scomparsa di Wojtyła), la celebrazione dei funerali di Giovanni Paolo II e la messa “pro eligendo pontifice” che presiedette in quanto decano del sacro collegio cardinalizio prima che i cardinali si chiudessero nella cappella Sistina. Fu in quell’occasione che delineò il proprio programma di governo e tra le altre cose spiegò: “Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero. La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo a un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via”. “Avere una fede chiara, secondo il credo della chiesa”, aggiungeva, “viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare ‘qua e là da qualsiasi vento di dottrina’, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni”. Nel precipitare relativista e caotico di un mondo che sta perdendo la fede, Benedetto XVI prova a ricostruire il prestigio della cristianità come potere costituito, capace di regolare il mondo: per questo insisterà su un tradizionalismo astratto ma formalmente perfetto e cercherà di ridimensionare la svolta riformatrice del concilio Vaticano II.

Tuttavia, ha detto di recente Francesco nel corso del consueto discorso rivolto alla curia prima di Natale, non siamo più dentro la stagione della “cristianità”, ma all’interno di un “cambiamento d’epoca”. Il papa argentino chiede alla chiesa di slegarsi dal potere politico, di aprirsi al mutamento, di confrontarsi con esso, di stare inequivocabilmente e senza troppi calcoli, dalla parte del più debole, di cercare la fede dentro i segni dei tempi. “Bergoglio sa che il ‘popolo eletto’ che diventa ‘partito’ entra in un intricato intreccio di dimensioni religiose, istituzionali e politiche che gli fanno perdere il senso del suo servizio universale e lo contrappongono a chi è lontano, a chi non gli appartiene, a chi è nemico”, ha scritto padre Antonio Spadaro, gesuita, sull’ultimo numero della Civiltà Cattolica. Di conseguenza “l’essere ‘parte’ crea il nemico: bisogna sfuggire da questa tentazione. Né dal Vangelo possono discendere direttamente ricette politiche. D’altra parte, il Vangelo però discerne e giudica l’azione mondana e i suoi criteri. Due esempi: ridurre uomini, donne e bambini in fuga a oggetti smarriti nell’acqua del nostro Mediterraneo non può essere accettabile come mezzo di pressione per cambiare trattati internazionali. Così come al confine tra Stati Uniti e Messico non è possibile separare i figli dai loro genitori in quanto atto di crudeltà giustificato come forma di deterrenza all’immigrazione clandestina”. Riesce l’impresa di Ratzinger? Il film ci racconta di un papa stanco, solo, che decide di dimettersi mentre in Vaticano infuriano gli scandali e le lotte intestine.

La divaricazione fra dogma e complessità della vita e della storia, fra istituzione e Vangelo, è dunque ben presente nel film che ha però il merito di non aggirare nemmeno il grande nodo drammatico della biografia di Bergoglio, ovvero gli anni della dittatura argentina. In particolare si fa riferimento a un fatto: il rapimento nel 1976 da parte dei militari di due padri gesuiti, Orlando Yorio e Francisco Jalics, aderenti alla teologia della liberazione e attivi nelle baraccopoli di Buenos Aires.

Un nuovo inizio
Bergoglio entrò in conflitto con i due, chiese loro di abbandonare l’impegno sociale, di cui tra l’altro non condivideva la deriva politica; da una parte insomma cercò indubbiamente di salvaguardarli perché sapeva dei rischi che correvano, dall’altra le pressioni che egli stesso esercitò sui due – Bergoglio era all’epoca superiore dei gesuiti argentini – potrebbero aver isolato Yorio e Jalics agli occhi della giunta militare e favorito l’intervento brutale dell’esercito. La storia è stata lungamente discussa e indagata, va detto che dai vari procedimenti sull’operato di Bergoglio non sono emerse accuse a suo carico. Tuttavia conflitto certamente ci fu e la questione posta è la seguente: il futuro pontefice fece prevalere la preservazione dell’istituzione, il suo stesso ruolo, sul valore della testimonianza cristiana?

Nel film I due papi alla domanda viene data una risposta affermativa; Bergoglio verrà successivamente allontanato dai vertici della Compagnia di Gesù e ricomincerà dalle periferie. L’intera vicenda assume anzi nel film un valore biografico decisivo, diventa un passaggio drammaticamente formativo, delinea un radicale cambiamento di prospettiva: da allora il gesuita argentino sceglie in modo definitivo di stare dalla parte degli ultimi, ridimensiona se stesso e ricomincia a fare il prete.

All’indomani della sua elezione a vescovo di Roma, il Vaticano si affretterà a spegnere le polemiche sul passato di Bergoglio, e anzi emergerà l’opera di soccorso in favore di diversi perseguitati portata avanti da Francesco – alcuni dei quali destinati a morte certa, nascosti e messi in salvo – quando era superiore dei gesuiti negli anni della dittatura. Voci autorevoli si levarono in sua difesa. A Bergoglio si rimprovera tuttavia di aver avuto colloqui con i vertici della giunta militare: con il capo della giunta Jorge Videla e con il suo braccio destro, l’ammiraglio Emilio Massera; un fatto che, nel 2010, lui stesso ammise di aver fatto proprio per perorare la causa dei due gesuiti rimasti nelle mani dei militari per ben sei mesi. Orlando Yorio morì nel 2000, ritenendo che Bergoglio fosse in qualche modo implicato nel suo sequestro; Jalics si riconciliò invece con il suo ex superiore prima privatamente, poi quando venne eletto papa attraverso un comunicato nel quale si affermava tra le altre cose: “È falso ritenere che la nostra prigionia sia stata causata da padre Bergoglio”. Jalics incontrò poi Francesco in Vaticano nell’ottobre del 2013.

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Da rilevare, e l’episodio fa parte dei paradossi della storia, che la vicenda di Yorio e Jalics fu usata per screditare il cardinale Bergoglio nel conclave che elesse Ratzinger (e nel quale si affacciò per la prima volta la candidatura del cardinale argentino); la notizia venne fatta circolare ad arte da parte di settori ecclesiali reazionari per smontare la candidatura dell’arcivescovo di Buenos Aires. D’altro canto è anche vero che Bergoglio ebbe vita difficile nella Compagnia di Gesù in ragione di quegli anni tremendi trascorsi alla guida dei gesuiti durante la dittatura militare.

Da papa, infine, Francesco ha, per così dire, saldato il suo debito rispetto a quella stagione difficile in molti modi, ma tre fatti spiccano sugli altri: la canonizzazione di monsignor Oscar Arnulfo Romero (assassinato in Salvador nel 1980 dagli squadroni della morte), la cui causa era bloccata da anni in Vaticano; la beatificazione di monsignor Enrique Angelelli, vescovo argentino ucciso dai militari nel 1976; l’apertura degli archivi della chiesa argentina per favorire il ritrovamento da parte delle abuelas – le nonne – di plaza de Mayo dei figli dei desaparecidos adottati illegalmente da famiglie di militari.

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