Un ritratto di Xi Jinping (a sinistra) e di Mao Zedong a Shanghai, 26 febbraio 2018.

Tutto il potere a Xi Jinping

Un ritratto di Xi Jinping (a sinistra) e di Mao Zedong a Shanghai, 26 febbraio 2018.
27 febbraio 2018 10:19

Xi Jinping ha la strada spianata per guidare la Cina anche dopo il 2022, quando finirà il suo secondo mandato da presidente, e probabilmente è quello che si prepara a fare.

A una settimana dalla doppia sessione annuale dei due organi legislativi – il congresso nazionale del popolo e l’assemblea consultiva – il comitato centrale del Partito comunista ha infatti proposto di togliere dalla costituzione il limite di due mandati per il presidente.

In Cina il potere è dato dall’accumulo di tre cariche fondamentali: presidente della Repubblica popolare, segretario del Partito comunista e presidente della commissione militare centrale. Oggi tutte e tre sono nelle mani di Xi Jinping, così com’era già successo con i suoi due predecessori, Jiang Zemin e Hu Jintao. A loro, però, mancavano due tasselli fondamentali che oggi rendono il potere di Xi Jinping eccezionale: il presidente è anche hexin lingdao (nucleo della leadership) e la sua teoria, “il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi in una nuova era”, a ottobre è stata inserita nella costituzione del Pcc e presto entrerà anche in quella dello stato.

Molti in queste ore parlano di Xi come di un “novello Mao”, o addirittura di un moderno imperatore data la tendenza all’accentramento del potere, ma l’analogia, per quanto suggestiva, è fuorviante dato che la Cina di oggi sta a quella di Mao come la notte al giorno.

La Cina ha sempre funzionato così, in un’altalena tra decentramento e centralizzazione

Quando nel 1982 è stata introdotta l’attuale costituzione, il leader di allora Deng Xiaoping, voleva mettere velocemente in moto le forze di mercato, avviando un processo di decentramento in modo che ogni cinese si sentisse investito della responsabilità di creare ricchezza. Bisognava trasformare una generazione di funzionari scelti per fedeltà politica in un esercito di manager, e per questo era necessario dare un segnale anche istituzionale, dopo gli anni di culto quasi religioso della figura di Mao: “I leader della Cina possono durare solo dieci anni, è il sistema che funziona, non la singola figura carismatica. Andate e sguazzate in questo nuovo mare magnum”.

Anche se poi fu lo stesso Deng – formalmente in pensione – ad accentrare di nuovo il potere nelle sue mani durante i giorni del 1989 in cui ordinò la repressione di piazza Tiananmen.

Un po’ troppo in là con il mercato
Del resto è così che ha sempre funzionato la Cina, in un’altalena tra decentramento e centralizzazione. Oggi le esigenze sono cambiate rispetto ai tempi di Deng. Le forze di mercato sono andate un po’ troppo in là, perdendosi spesso nei meandri della corruzione, nel proliferare di centri decisionali, nella sovrapposizione di progetti inutili, nella creazione di bolle speculative. Bisogna quindi rimettere ordine, far cadere le teste dei potenti locali e per quelli che rimangono la ricreazione è finita. È la nuova centralità di Xi Jinping.

La Cina si è proposta di cancellare ogni residuo di povertà entro il 2020 e di diventare una grande potenza nei quindici anni successivi, in un mondo dove grandi blocchi geopolitici competono per la disponibilità dei mercati e di risorse sempre più scarse. Per determinare nuova accumulazione sono necessari processi decisionali rapidi e politiche lineari, senza intoppi. Il “leader nucleo” è la ricetta cinese, mentre anche dalle nostre parti assistiamo a tentativi di far coincidere la democrazia sempre più con la governance efficiente e sempre meno con la partecipazione.

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La notizia che Xi Jinping potesse restare al potere a oltranza era nell’aria almeno dallo scorso ottobre, quando al congresso del Partito comunista nessun esponente della cosiddetta sesta generazione di leader, quella che dovrebbe succedere all’attuale nel 2022, era stato inserito nel comitato permanente del politburo, il gruppo dei sette che di fatto governano la Cina. In pratica, Xi Jinping, non si era scelto il successore.

Rimane da chiedersi se l’accentramento in corso riveli la forza di Xi o, al contrario, la debolezza di chi teme che il “sistema Cina” non regga e finisca per disintegrarsi. La crescita del nuovo ceto medio e delle sue necessità e l’aumento delle diseguaglianze rendono la società cinese più complessa, mettendo sotto lo stesso tetto cittadini sempre più diversi tra loro. Riuscirà hexin lingdao a tenerli tutti insieme?

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