15 novembre 2021 11:48

La ventiseiesima conferenza delle Nazioni Unite sul clima (Cop26), che si è conclusa a Glasgow il 13 novembre, è stata definita dai suoi organizzatori “un enorme passo avanti” nella lotta al cambiamento climatico. Dopo tutto, l’accordo raggiunto al termine di oltre due settimane di negoziati e sottoscritto da quasi duecento paesi menziona per la prima volta esplicitamente la necessità di limitare l’impiego dei combustibili fossili – anche se all’ultimo minuto Cina e India hanno imposto di modificare il passaggio che chiedeva di eliminare l’uso del carbone, sostituendolo con uno più generico a ridurlo.

Un’altra intesa siglata a Glasgow dovrebbe regolamentare il mercato internazionale dei crediti di emissione abbozzato nel 2015 nell’articolo 6 dell’accordo di Parigi, cancellando le principali scappatoie che rischiavano di rendere questo strumento inutile se non addirittura controproducente. A margine del vertice inoltre sono stati annunciati diversi accordi separati, come quello per la riduzione del 30 per cento delle emissioni di metano entro il 2030, sottoscritto da oltre cento paesi, quello per fermare la deforestazione entro la stessa data e quello per l’abbandono del carbone, firmato da 40 paesi, senza contare l’impegno espresso dai due paesi con le maggiori emissioni di gas serra al mondo, Cina e Stati Uniti, a cooperare nella lotta al cambiamento climatico.

Molti osservatori hanno espresso giudizi meno lusinghieri. Le organizzazioni ambientaliste hanno definito l’accordo inconsistente, e diversi protagonisti del vertice, tra cui lo stesso presidente Alok Sharma, non hanno nascosto la delusione per l’annacquamento del testo finale. I rappresentanti dei paesi più esposti agli effetti del cambiamento climatico hanno denunciato la mancata approvazione di un sistema per il risarcimento dei danni da esso provocati, a cui i paesi industrializzati, responsabili in massima parte per le emissioni storiche di gas serra, si sono opposti risolutamente. L’impegno in base al quale questi ultimi avrebbero dovuto fornire cento miliardi di dollari all’anno ai paesi in via di sviluppo per finanziare la transizione energetica, fissato nel 2009 e mai rispettato, è stato sostituito dalla promessa di mobilitare circa cinquecento miliardi di dollari entro il 2025 – una cifra definita insufficiente dai diretti interessati.

Con almeno vent’anni di ritardo, l’emergenza climatica si è finalmente imposta tra le priorità globali

Per stabilire se la conferenza di Glasgow è stata un successo o un fallimento, però, bisognerebbe prima stabilire precisamente cosa s’intende con questi due termini. Se dobbiamo giudicarla alla luce del suo obiettivo dichiarato – evitare che entro la fine del secolo la temperatura media globale aumenti di più di 1,5 gradi rispetto all’era preindustriale – allora non c’è dubbio che la Cop26 ha fallito. In base ai calcoli dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), se tutti i paesi si atterranno ai piani per la riduzione delle emissioni di gas serra che hanno presentato a Glasgow (i cosiddetti Contributi determinati a livello nazionale, Ndc), nel 2100 il riscaldamento globale toccherà 1,8 gradi.

Si potrebbe pensare che l’obiettivo è stato mancato di poco, ma questo dato è stato ottenuto tenendo conto degli impegni a lungo termine sull’azzeramento delle emissioni nette di gas serra, un traguardo che l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno fissato al 2050, la Cina al 2060 e l’India addirittura al 2070. Molti scienziati e attivisti considerano questi obiettivi troppo indefiniti e impossibili da raggiungere senza strategie a medio termine, e preferiscono concentrarsi sui piani per il 2030. Calcolando solo questi ultimi, il gruppo di ricerca Climate action tracker prevede che le temperature globali aumenteranno di almeno 2,4 gradi. E questo ovviamente assumendo che gli impegni saranno rispettati alla lettera: con le politiche attuali il riscaldamento raggiungerebbe i 2,7 gradi.

Se invece dobbiamo valutare la Cop26 rispetto ai precedenti, il quadro cambia nettamente. Al tempo della conferenza di Parigi, nel 2015, lo stesso Climate action tracker calcolava che con le politiche allora in vigore l’aumento della temperatura avrebbe raggiunto i 3,6 gradi. L’ondata di entusiasmo suscitata da quel vertice “storico” si era ben presto esaurita, anche perché l’anno successivo Donald Trump era stato eletto presidente degli Stati Uniti e aveva annunciato di voler abbandonare l’accordo. Nei quattro inconcludenti vertici annuali che si erano succeduti dopo Parigi, la distanza tra le parti e la chiara mancanza di impegno condiviso avevano portato molti a dubitare della possibilità stessa di un approccio coordinato a livello globale per limitare il cambiamento climatico.

A Glasgow il cambio di passo è stato evidente, così come la determinazione degli organizzatori a superare gli ostacoli emersi durante la giornata conclusiva ed evitare che la conferenza si concludesse in un fiasco completo. A fare la differenza, oltre allo sviluppo di un movimento globale per il clima sempre più vasto e all’uscita di scena di Trump, è stata soprattutto l’enorme impressione creata dagli eventi climatici estremi degli ultimi due anni: stavolta i negoziatori sapevano che al momento di leggere le conclusioni del vertice avrebbero avuto letteralmente gli occhi del mondo addosso. Con almeno vent’anni di ritardo, l’emergenza climatica si è finalmente imposta tra le priorità globali. La conferenza di Glasgow lo ha certificato, e questo era probabilmente il risultato più importante che potesse ottenere.

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Nonostante le dichiarazioni altisonanti che hanno preceduto e accompagnato l’evento, infatti, la realtà è che la crisi climatica non sarà risolta dai vertici delle Nazioni Unite. Gli accordi raggiunti in queste sedi, anche i più ambiziosi, non sono vincolanti e non esiste alcun modo per obbligare gli stati che li hanno sottoscritti a rispettarli concretamente. Gli obiettivi e le scadenze sono utili per far comprendere ai politici e al pubblico l’urgenza di agire, ma non devono essere scambiati per un fine in sé: la lotta all’emergenza climatica non è una partita che si concluderà con un risultato preciso nel 2030, nel 2050 o nel 2100, ma una sfida in cui l’umanità sarà impegnata con alterne fortune per i prossimi secoli.

Per parafrasare una celebre (e probabilmente spuria) citazione attribuita a Winston Churchill, il successo non sarà mai definitivo e il fallimento non sarà mai fatale. A essere decisiva sarà sempre la volontà politica: la determinazione a investire le enormi risorse necessarie a rivoluzionare l’intera struttura economica della nostra civiltà e a superare le fortissime resistenze che un simile sconvolgimento è per forza di cose destinato a provocare. A Glasgow, nonostante tutto, ci sono stati segnali incoraggianti che questa volontà sta finalmente mettendo radici.