(Westend 61/Getty Images)

Il libro che mi ha spinto a lottare per un mondo più giusto

(Westend 61/Getty Images)
08 gennaio 2016 16:25

Ho visto persone subire traumi incredibili e uscire ben poco cambiate da quell’esperienza. Ne ho viste altre completamente sconvolte da quelli che sembravano eventi insignificanti, come il battito d’ala di una farfalla che provoca una tempesta. Non possiamo aspettarci che un sistema complesso come la mente umana reagisca sempre in modo prevedibile o lineare.

Tendiamo a impiegare grandi risorse psicologiche per impedire a noi stessi di cambiare: a volte saggiamente, quando rischiamo la disperazione o la follia; altre volte scioccamente. Per paura della tempesta, siamo capaci di privarci di un’esperienza, e di privare gli altri dei cambiamenti che dovremmo fare per diventare persone migliori.

Sapendo tutto questo, mi stupisce che una cosa così insignificante abbia tanto condizionato la mia vita. Lo scorso agosto, ho scritto un articolo per la serie del Guardian A book that changed me (Un libro che mi ha cambiato). Il mio contributo era un po’ diverso dagli altri perché non ricordavo il titolo. Avevo trovato quel libro quando avevo otto anni in uno scatolone polveroso nell’infermeria del mio collegio, e lo riprendevo ogni volta che mi ammalavo. È stata la prima lettura che ha in qualche modo bilanciato un’infanzia immersa nel conservatorismo ideologico e politico, e mi ha influenzato profondamente. Ho descritto il libro brevemente, e a quanto sembra in modo molto impreciso. Così ho chiesto aiuto ai lettori.

Possiamo sfruttare al massimo la vita che abbiamo, usandola il più possibile per fare il bene e combattere il male

Il risultato è stato il meglio e il peggio di internet. Molti lettori mi hanno dato suggerimenti e altri si sono generosamente dati da fare per trovarlo. Alcuni mi hanno consigliato libri affascinanti che avevano cambiato la loro vita. Ma questi tentativi di aiuto sono stati sommersi da una marea di critiche al vetriolo del tipo: come osi essere di sinistra, parlarci della tua vita, presumere di esistere dopo aver frequentato una scuola privata?

Be’, il problema dell’infanzia è che non puoi controllarla: è determinata dal contesto in cui vivi. Prendersela con qualcuno per le sue origini non è più razionale che farlo per il suo genere, l’altezza o il colore della pelle.

Possiamo aspettare fino a quando non ci reincarneremo nella classe socioeconomica giusta, oppure sfruttare al massimo la vita che abbiamo, usandola il più possibile per fare il bene e combattere il male. La sinistra sarebbe molto più deprimente se non avesse avuto qualche pensatore proveniente da un ambiente privilegiato. Potete sconfessare persone come George Orwell, Tony Benn, Pëtr Kropotkin, Friedrich Engels, Elizabeth Fry, Lev Tolstoj, William Morris, Beatrice Webb, Gandhi, Alexandra Kollontaj, Bertrand Russell, Vera Brittain, Clement Attlee, William Beveridge, Franklin Roosevelt, Paul Foot e Millicent Fawcett perché appartenevano o appartengono alla classe sbagliata. Oppure potete giudicare una persona per quello che fa piuttosto che per come è nata.

Ho capito quanto poco sono affidabili le nostre convinzioni. Usiamo la fantasia per riempire vuoti di cui non ci rendiamo conto

Ma per tornare al punto principale, devo assolutamente scusarmi con i lettori. All’inizio della discussione, ho scoperto che alcuni di loro avevano identificato correttamente il libro. Ma quando avevo guardato la copertina e le altre illustrazioni che avevo trovato online non lo avevo riconosciuto.

Così le persone hanno continuato a cercare. Solo quando, a discussione ormai chiusa, qualcuno mi ha mandato la foto di una particolare pagina, improvvisamente nella mia memoria si è accesa una scintilla.

Il libro, ormai fuori stampa da tempo, si intitolava Paolo and Panetto, e l’autrice era Bettina Ehrlich, una scrittrice austriaca in esilio. Ne ho ordinato una copia usata. Appena l’ho avuto in mano e ne ho sentito l’odore, sono stato travolto da un’ondata di sentimenti confusi. Improvvisamente, ho provato di nuovo la gioia della sua scoperta, la fascinazione e l’intensità con cui lo avevo letto, e la sofferenza di essere disteso in quella triste infermeria lontano da tutti quelli che amavo. Come per esorcizzare quei fantasmi, invece di leggerlo da solo, mi sono accoccolato vicino a mia figlia di tre anni e l’ho letto a lei. Le è piaciuto quanto era piaciuto a me.

Due cose mi hanno colpito in particolare. La prima è stata la frammentarietà della mia memoria. Ricordavo la trama a grandi linee, ma avevo sovrapposto due personaggi, cancellando dalla storia quello più interessante – il giovane dio Pan. Nel mio ricordo, un bambino viziato che viveva in un appartamento di lusso una sera ne aveva incontrato un altro che raccoglieva le cicche per strada. Quest’ultimo lo aveva portato in campagna e gli aveva fatto conoscere libertà che ignorava. Ma nell’originale, quella che aveva incontrato era una bambina. Grazie a lei aveva conosciuto Pan (o Panetto), che lo aveva portato nei campi e nei boschi. Questo mi ha fatto capire quanto poco sono affidabili le nostre convinzioni. Usiamo la fantasia per riempire vuoti dei quali non ci rendiamo conto. Siamo testimoni inaffidabili di noi stessi.

Il girone più basso dell’inferno è quello in cui nulla cambia, in cui nessuno può modificare il proprio destino

La seconda cosa di cui mi sono accorto è che la storia era meno forte di quanto ricordassi. Nella mia mente era diventata un’aspra denuncia della disuguaglianza, forse scritta da un comunista italiano. Ma il libro affronta il discorso politico con leggerezza. All’inizio il bambino viziato e la bambina stracciona scoprono le differenze tra le loro vite. Ma poi questo tema viene abbandonato fino alla fine, quando Paolo getta le sigarette di suo padre dalla finestra perché i ragazzi di strada possano raccoglierle.

È tutto qui: un bambino privilegiato ma trascurato esce dal suo mondo isolato, ne incontra un altro che vive in povertà e cerca di ridistribuire una minuscola parte della ricchezza della sua famiglia. È stato questo battito d’ala di una farfalla ad avviare il processo che avrebbe cambiato la mia vita.

Ovviamente non è stato l’unico. Centinaia di eventi successivi hanno contribuito a influenzarmi, e continuano a farlo. Spero che questo processo non si fermi mai. Per me, vivere una vita piena significa essere aperto all’esperienza e alla persuasione, sperimentare sempre nuove idee e conoscenze, rischiare il ridicolo verificando nuove teorie. Il pensiero di cadere in una statica rispettabilità mi atterrisce.

Aveva ragione Dante. Il girone più basso dell’inferno è quello in cui nulla cambia, la vita è congelata nell’immobilità, nessuno può modificare il proprio destino. Chi sostiene che a una certa età è impossibile cambiare idee e abitudini, che il lupo perde il pelo ma non il vizio, si taglia fuori della vita.

In una società che pretende di essere democratica, ereditare una posizione sociale, con la ricchezza e le opportunità che comporta, è già un male. Ereditare anche idee e strutture mentali significa rinunciare non solo all’onestà intellettuale, ma anche a buona parte della nostra umanità.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano britannico The Guardian.

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