La rivoluzione digitale italiana slitta da ferragosto a Natale

11 agosto 2016 14:30

Le rivoluzioni di solito non sono annunciate. Non così in Italia, dove vengono spesso annunciate e poi sospese. È successo con la rivoluzione digitale, che doveva scattare il 12 agosto. Una svolta copernicana già fissata con decreto del novembre 2014 e quindi tutt’altro che inattesa. Da quel giorno, dagli uffici pubblici doveva scomparire la carta. Le scartoffie spesso odiate dagli cittadini. Non ci dovevano essere più faldoni, fax e fotocopie. Si trattava già di una classica riforma all’italiana con scorciatoia obbligatoria, perché non prevedeva sanzioni per gli enti inadempienti.

Ciononostante, il governo, a poche ore dall’entrata in vigore, ha ordinato una brusca frenata, rinviandola di altri quattro mesi. Il consiglio dei ministri ovviamente si è accorto solo ora che non tutti gli enti pubblici sarebbero stato in grado di produrre atti esclusivamente digitali. Ora si riscrive parzialmente il codice dell’amministrazione digitale (cad), che contiene le regole tecniche in materia di formazione, trasmissione, duplicazione, riproduzione e validazione temporale dei documenti informatici.

Ma l’aspetto piú surreale della faccenda è che il governo lascia a tutti gli enti la libertà di applicare la riforma da subito. Chi vuole partire come previsto il 12 agosto, lo può fare. La norma riguarda ministeri, regioni, comuni, scuole, università, aziende sanitarie e camere di commercio.

La decisione inattesa del consiglio dei ministri complica ulteriormente una situazione già complessa. Perché esistono già le dovute eccezioni che riguardano il digital divide causato dalla disuguaglianza dei territori della penisola: sono dieci milioni le persone che vivono in zone dove non arriva la banda larga. E dove spesso basta una nevicata o un temporale per interrompere il segnale telefonico. Solo in Piemonte ancora 600mila abitanti non ricevono neanche i canali della Rai.

La mancanza di cultura digitale

Inoltre dal 12 dicembre servirà un periodo di transizione per abituarsi alle nuove regole. “Temo che per molto tempo i dirigenti continueranno a stamparsi su carta tutti i documenti”, dice Alessandro Delli Noci, coordinatore all’agenda digitale nell’Associazione dei comuni italiani (Anci). Delli Noci, assessore all’innovazione a Lecce, lamenta “la mancanza di cultura digitale negli enti, dove spesso mancano anche dipendenti con competenze digitali”. Secondo le sue stime ci vorranno almeno un paio di anni per far sparire definitivamente la carta dalle scrivanie degli uffici.

La tanto celebrata rivoluzione digitale approda quindi solo a tappe nell’amministrazione italiana

La riforma eviterà ogni anno l’uso di quasi due milioni di fogli – pari a 87mila alberi - come annota La Stampa, che stima il risparmio complessivo in 3,2 miliardi di euro. Con lo slittamento il governo intende dare più margine anche alle aziende, che in futuro potranno comunicare con il settore pubblico esclusivamente con la posta elettronica certificata.

Roberto Siagri è un imprenditore che vive di digitalizzazione. Il cofondatore della Eurotech di Udine, azienda di computer quotata in borsa, smorza l’euforia per la riforma : “Dobbiamo smettere di raccontarci che siamo i più bravi e i più belli senza affrontare la realtà di un paese bloccato in tutti i settori”, dichiara al Corriere Veneto. “Con la rivoluzione digitale cambierà il modo di lavorare e molto lavoro sarà demandato alle macchine, mentre agli uomini rimarrà un ruolo di programmazione e controllo che richiede alti livelli di specializzazione e nuove competenze”.

Dopo anni di promesse non mantenute la tanto celebrata rivoluzione digitale approda quindi solo a tappe nell’amministrazione italiana. E sarà una gara tra modelli di gestione fra i quali spicca Pitre, il protocollo informatico trentino, ritenuto uno dei migliori ed efficienti della penisola. Pitre è un applicativo web che consente la tenuta del registro di protocollo, la gestione dei flussi documentali e le attività di fascicolazione e archiviazione della documentazione amministrativa dell’Università degli studi di Trento, adottato anche dalle principali amministrazioni pubbliche e da altre istituzioni attive sul territorio trentino.

Ora i ritardatari avranno altri quattro mesi per prepararsi all’era digitale. E bisogna vedere se in questi mesi cambierà anche la mentalità di molti burocrati ministeriali che usano imperterriti quel fax che in altri paesi da anni è considerato un oggetto da museo.

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Claudia Grisanti