11 ottobre 2013 14:27

Per chi ascolta musica rock, e soprattutto per chi [li ha visti dal vivo][1] almeno una volta, è difficile criticare i Pearl Jam. Il gruppo di Eddie Vedder ha fatto la storia della musica negli anni novanta, con dischi come [Ten][2], [Vitalogy][3] e [Yield][4]. È stata una delle band più importanti del movimento grunge, ed è riuscita anche a sopravvivere all’implosione della scena rock di Seattle.

Rispetto e riconoscenza a parte, si fa fatica però a parlare bene del nuovo album Lightning bolt. Lightning bolt arriva a quattro anni da [Backspacer][5], un disco non memorabile ma con qualche buona canzone. Uscirà in tutti i negozi il 14 ottobre.

Per registrare il nuovo materiale i Pearl Jam si sono affidati ancora una volta al produttore Brendan O’Brien, al fianco del gruppo dai tempi di [Vs.][6], e si sono chiusi negli Henson recording studios di Los Angeles. L’idea di partenza, resa esplicita anche dal titolo dell’album, era quella di registrare canzoni più dirette e dal suono sporco, in grado di recuperare lo spirito di album come Vitalogy.

L’intenzione è confermata dalla prima traccia del disco, l’energica Getaway, che mostra un Eddie Vedder in grande forma vocale. Un buon pezzo rock, un po’ scontato ma godibile. Poi arriva [Mind your manners][7], scelta come singolo di lancio. Una canzone dal retrogusto punk, un omaggio a Bad Religion e Black Flag sulla falsariga della vecchia [Spin the black circle][8], che non graffia quanto vorrebbe.

In My father’s son Eddie Vedder racconta un tormentato rapporto tra figlio e padre, e lancia la band verso improvvisi cambi di ritmo. Ma il brano non decolla mai.

Sirens è la canzone più ambiziosa dell’album, un’orecchiabile ballata semiacustica ricca ancora una volta di cambi di ritmo. Anche in questo caso, però, i Pearl Jam non riescono a raggiungere l’intensità che cercano.

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Va un po’ meglio con Lightning bolt, che ricorda un po’ i tempi di Binaural. Infallible invece si avventura in territori funk, e si candida alla palma di peggior brano del disco.

Gli unici pezzi che convincono sono Pendulum, una ballata ipnotica scritta da Vedder insieme al chitarrista Stone Gossard e al bassista Jeff Ament, e il folk rock di Swallowed whole, che a tratti restituisce le atmosfere bucoliche di Into the wild ed è nobilitata da un bell’assolo di Mike McCready.

In entrambi in casi la voce di Vedder è finalmente sofferta, emozionante, e la band sembra andare all’unisono. La ballata finale Future days, altro episodio folk che rimanda alla carriera solista di Vedder, invece è un’altra occasione persa. Pensata per essere dolce e sognante, finisce per essere fiacca e inconcludente.

Se dal vivo i Pearl Jam sono ancora tra le band migliori del pianeta, anche perché possono attingere ai classici del loro repertorio, in studio non funzionano più. Hanno ripulito il loro suono dalle asprezze dell’era grunge, e questo ci può stare. Ma l’hanno sostituito con un rock troppo conciliante e, soprattutto, poco ispirato.

L’affetto per Eddie Vedder e compagni resta, e non se ne andrà certo per qualche disco al di sotto delle aspettative. Ma per onestà bisogna dirlo: Lightning bolt è un album mediocre.

Giovanni Ansaldo lavora a Internazionale. Si occupa di tecnologia, musica, social media. Su Twitter: @giovakarma