03 giugno 2014 16:13

(I Cloud Nothings: Dylan Baldi, a destra, TJ Duke, al centro, e Jayson Gerycz , a sinistra).

Dylan Baldi, il cantante e chitarrista dei Cloud Nothings, ha la classica faccia da nerd. Fatica a nascondere i suoi 22 anni dietro le spesse lenti degli occhiali, la barba folta e i capelli lunghi. Ride spesso, quasi volesse dissimulare la sua timidezza e il naturale disagio nei confronti delle domande.

Siamo nel giardino del Circolo degli Artisti di Roma. Mancano tre ore al [concerto dei Cloud Nothings][1], il primo del loro tour italiano, che [proseguirà con due date][2] a Marina di Ravenna (4 giugno) e Milano (5 giugno).

Con l’uscita dello splendido Attack on memory nel 2012, disco registrato insieme allo storico produttore Steve Albini, il gruppo statunitense ha raccolto recensioni molto positive da parte della stampa specializzata, [Pitchfork in testa][3]. Ed è riuscito a conquistare una discreta fetta di pubblico, soprattutto oltreoceano. I Cloud Nothings vengono da Cleveland, Ohio, e sono in grado di mescolare punk, hardcore e grunge con un’attenzione sorprendente per la melodia e i ritornelli accattivanti. E riescono a pescare da diverse band passate e presenti: Hüsker Dü, Pixies, Black Flag, Strokes. Anche se Dylan Baldi sostiene di essersi ispirato sempre solo agli [Wipers][4], gruppo punk statunitense degli anni ottanta.

Con Here and nowhere else, il nuovo disco uscito il 1 aprile, i Cloud Nothings sono riusciti a reggere il confronto con Attack on memory, che non è poco. Le canzoni sono diventate meno cupe, ma anche più complesse dal punto di vista degli arrangiamenti. Dylan Baldi ha dimostrato che Attack on memory non è stato un caso: sa scrivere canzoni. Inoltre, come conferma lui stesso, il gruppo sta già pensando al nuovo album.

Com’è nato Here and nowhere else?

Le canzoni sono state scritte durante il tour e sono state finite negli ultimi mesi, a ridosso delle registrazioni. Negli ultimi due anni siamo stati molto in tour e ogni volta che avevo un attimo libero in hotel mi mettevo a scrivere. Abbiamo registrato i brani a ottobre, tutto in presa diretta.

Il titolo del disco viene da un verso di I’m not part of me*, la canzone che chiude l’album ed è stata anche scelta come singolo di lancio. È forse una specie di manifesto?*

I’m not part of me è la canzone più rappresentativa del disco. Il suo testo è l’unico che mi sembrava allegro rispetto al resto dell’album. Mi sembrava una chiusura perfetta, dopo la rabbia di [Pattern walks][5]. Attack on memory era un disco deprimente, quando l’ho registrato ero depresso, mentre stavolta mi sentivo diverso. Ho cercato di vedere il lato buono delle cose, per una volta.


Quando avete registrato Attack on memory eravate in quattro. Dopo l’abbandono del chitarrista Joe Boyer siete rimasti in tre. In che modo questo cambio in corsa ha influenzato le registrazioni?

Non abbiamo avuto il tempo materiale di sostituire Joe. Ovviamente questo ha cambiato molto le cose. Io ne ho approfittato per migliorare un po’ come chitarrista. La struttura delle canzoni, paradossalmente, è diventata più complessa. Ci sono un sacco di cose da nerd in questo disco, come cambi di tempo o accordi strani. Questa filosofia si vede soprattutto in brani come Psychic trauma e Pattern walks. Lavorare con Steve Albini in Attack on memory è stato bello, lui è un tipo tranquillo e ti lascia totale libertà. Con John Congleton, che ha prodotto Here and nowhere else, abbiamo deciso di usare lo stesso approccio, registrando tutto in presa diretta. Anche con Congleton è andata bene: lui è semplicemente un ottimo produttore, vorrei sempre lavorare con gente del genere.

I testi dei Cloud Nothings sono spesso molto cupi e viscerali. In che modo li scrivi?

Di solito li butto giù direttamente in studio, il giorno prima di registrare. I testi mi spaventano molto. Sono troppo importanti e ogni volta ho paura che se ci rimugino troppo sopra verrà fuori una schifezza. Per questo scrivo la prima cosa che mi viene in mente.

Nel disco ci sono solo otto canzoni. I vostri concerti difficilmente durano più di un’ora. Una scelta molto punk.

Secondo me un album di mezz’ora basta e avanza. C’è tutto il tempo per dire quello che hai da dire. Stesso discorso per i concerti. Se vado in un locale e la band suona più di un’ora mi annoio, a un certo punto me ne vado al bar.

(Dylan Baldi durante il concerto al Circolo degli artisti, a Roma, il 2 giugno 2014).

È la terza volta che venite a suonare in Italia. Hai un rapporto particolare con il nostro paese?

Da un paio di anni vivo a Parigi con la mia ragazza. Quindi ogni tanto mi capita di venire da turista. Qualche anno fa siamo stati sul lago di Como, un posto splendido, da gente di classe. Eravamo i più giovani e i più poveri in circolazione. In realtà il mio film preferito è di un regista italiano: L’avventura di Michelangelo Antonioni.

Quali progetti avete per il futuro?

Sto scrivendo delle canzoni e voglio fare un nuovo disco nel 2015, ma ovviamente non voglio pensarci fino al 2015. Forse non come trio, mi piacerebbe provare qualcosa di diverso rispetto al passato. Non un disco acustico però, sarebbe troppo noioso. Non sono abbastanza vecchio per farlo.

Giovanni Ansaldo lavora a Internazionale. Si occupa di tecnologia, musica, social media. Su Twitter: @giovakarma