Dieci artisti da non perdere al Primavera sound 2015

06 maggio 2015 20:18

Dal 28 al 30 maggio torna a Barcellona il Primavera sound, uno dei festival musicali più importanti del mondo. Come ogni anno, il programma della manifestazione è molto ricco, non solo dal punto di vista dei concerti (interessante anche il Primavera pro, che offre una serie di incontri per professionisti del settore musicale).

Sul palco di Barcellona saliranno diversi gruppi famosi. Ma spesso è tra i musicisti meno attesi che si nascondono le sorprese più gradite. Quindi conviene studiarsi gli orari, che sono stati pubblicati oggi, e farsi il proprio piano di battaglia.

Se proprio non sapete da che parte cominciare, ecco qualche suggerimento.

Benjamin Booker
Nato in Virginia e cresciuto a Tampa, Florida, da qualche anno il ventiquattrenne Benjamin Booker si è trasferito a New Orleans. La sua musica mescola punk, folk e blues di New Orleans. Il suo primo album, Violent shiver, è un ottimo disco. L’anno scorso Jack White l’ha scelto per aprire i suoi concerti.


James Blake
Dopo il suo sorprendente disco di debutto, nel 2013 James Blake ha pubblicato il pur buono, ma non memorabile, Overgrown. Per il suo terzo album c’è molta attesa e il Primavera sound potrebbe essere l’occasione per ascoltare dal vivo qualche nuova canzone.

Hiss Golden Messenger
M.C. Taylor e Scott Hirsch hanno formato il duo folk rock Hiss Golden Messenger sette anni fa. Il loro ultimo disco, Lateness dancers, è una raccolta di canzoni in puro stile Americana. Le influenze sono varie: Bob Dylan, Fleetwood Mac, Tom Petty. Un gruppo difficile da vedere in Italia, visto il genere. Conviene sfruttare l’occasione.


Patti Smith
Patti Smith non ha bisogno di grandi presentazioni. Al Primavera sound la zia Patti si sdoppierà: suonerà integralmente Horses, il suo disco più bello, e farà una performance acustica e recitata. Se non l’avete mai vista, può essere un buon modo per ripartire dalle basi.

Shabazz Palaces
Gli Shabazz Palaces sono il primo gruppo hip-hop messo sotto contratto nella storia delle Sub Pop, l’etichetta indie rock di Seattle (quella dei Nirvana). Non sono dei novellini, anzi. Dietro al progetto si nasconde lo storico rapper statunitense Ishmael “Butterfly” Butler. Fanno un hip-hop molto contaminato, in grado di affascinare anche chi non è un appassionato del genere.


Ride
Una delle costanti del Primavera sound sono le reunion. Quest’anno tocca ai Ride, gruppo di punta dello shoegaze anni novanta. Una band che in Italia non è molto famosa (anche se il nome Andy Bell potrebbe suonare familiare ai fan degli Oasis), ma che nel Regno Unito e negli Stati Uniti è considerata un gruppo di culto. Nowhere e Going blank again, a distanza di anni, restano comunque delle pietre miliari.

Jon Hopkins
Uno dei punti di forza del Primavera sound è sicuramente quello di mescolare in modo omogeneo rock, indie ed elettronica. Jon Hopkins, figlioccio di Brian Eno e produttore inglese di grande talento, due anni fa ha pubblicato uno dei dischi di musica elettronica più belli degli ultimi anni, Immunity.


The Black Keys
Quest’anno gli headliner del Primavera sound saranno quattro: Ride, Strokes, Alt-J e Black Keys. Il duo di Akron merita un occhio di riguardo, perché torna sul palco dopo cinque mesi di stop (e la cancellazione di parecchie date) a causa dell’infortunio alla spalla del batterista Patrick Carney. Vediamo se si sono rimessi in sesto.


Sleater-Kinney
Le Sleater-Kinney sono una rock band femminile nata a Olympia, nello stato di Washington, nel 1994. Dopo lo scioglimento nel 2006, quest’anno le Sleater-Kinney sono tornate con un album molto bello, No cities to love. Una delle classiche band che dal vivo sono meglio che su disco.

Viet Cong
I canadesi Viet Cong sono nati dallo scioglimento degli Women di Matt Flegel e Mike Wallace. Così come nel progetto precedente, la band tiene viva la tradizione del post punk alla Bauhaus, mescolandolo con certe atmosfere dei Joy Division e di gruppi più recenti (Wolf Parade, Guided By Voices). La differenza tra gli Women e i Viet Cong è semplice: i Viet Cong sono meglio.


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