07 novembre 2015 15:24

Quando all’inizio di settembre gli organizzatori del festival Club to Club hanno annunciato il concerto di Thom Yorke, i biglietti per la terza serata della manifestazione torinese sono andati esauriti in pochissimo tempo. Per capire bene come funziona il festival però conviene lasciare per un attimo da parte il leader dei Radiohead e concentrarsi sul resto. Perché il programma del Club to Club, mai come quest’anno, ha raccolto il meglio della musica elettronica mondiale, mettendo insieme artisti tra loro molto diversi.

Per esempio si può partire di Holly Herndon, che ha aperto la serata di venerdì 6 novembre alle 20.30, in un Lingotto ancora mezzo vuoto. Un peccato, perché il set della musicista statunitense, nonostante qualche problema tecnico iniziale, è stato uno dei migliori di tutta la serata.

Il suo ultimo disco, Platform, è uno degli album più interessanti usciti nel 2015, una riflessione quasi metafisica sul rapporto tra la mente umana e i computer. Quella di Herndon non è musica facile, perché a tratti si avvicina più alla contemporanea che non ai ritmi da club. E l’interazione tra uomo macchina avviene anche sul palco, visto che Herndon comunica con il pubblico digitando messaggi sul grande schermo nero installato dietro di lei. Ma, superato lo straniamento iniziale, è difficile non rimanere affascinati dai suoi brani.

Oppure possiamo parlare dei Battles, che abbattono i confini tra musica rock, prog ed elettronica, mescolando i loop agli strumenti suonati (e a volte costruiti) da loro. Sul palco John Stanier, Dave Konopka e il leader Ian Williams (ex Don Caballero) sembrano divertirsi parecchio, a partire dall’apertura con Dot.com, uno dei brani migliori dell’ultimo disco La di da di. È difficile capire quali parti siano campionate, quali siano suonate, perché tecnicamente sono dei mostri. E sanno anche divertire. Tra le altre, i Battles ripescano dal passato anche Atlas, estratta da Mirrored, il loro primo album, uscito nel 2007.

Ian Williams dei Battles a Torino, il 6 novembre 2015. (Andrea Macchia, Club to Club)

Tra le parziali delusioni della serata invece dobbiamo registrare il siriano Omar Souleyman, che si è esibito sul secondo palco, quello della Red Bull music academy. Souleyman ha una storia affascinante: nel suo paese, ha fatto per molti anni il cantante ai matrimoni, conquistando il mercato underground locale. Tutto merito delle sue canzoni, nate dalla fusione tra elettronica e musica tradizionale dabka. Dopo il successo in patria, negli ultimi anni è arrivato anche quello internazionale. Il suo nuovo disco, Bahdeini nami, è stato prodotto da musicisti come lo stesso Four Tet (che aveva già lavorato al precedente Wenu wenu), Gilles Peterson e Modeselektor.

Eppure, la sua performance al Club to Club è stata divertente, ma è sembrata troppo scarna. In studio la sua anima dabka è arricchita da molti strumenti, mentre dal vivo Souleyman è accompagnato solo da un tastierista. L’effetto matrimonio diventa troppo folcloristico e perde forza alla distanza.

L’esibizione di Four Tet, salito sul palco a mezzanotte sul palco principale, seppur apprezzabile, è stata un po’ ad alti e bassi, con i brani indianeggianti dell’ultimo disco Morning/Evening alternati a momenti quasi techno.

Thom Yorke a Torino, il 6 novembre 2015. (Andrea Macchia, Club to Club)

Ah, giusto, Thom Yorke. Il leader dei Radiohead è salito sul palco un po’ in ritardo, verso l’1.45, facendo spazientire una parte del pubblico. La sala del Lingotto nel frattempo, che ha una capienza di circa settemila persone, si era completamente riempita. Il cantante di Oxford era accompagnato da Nigel Godrich, storico produttore dei Radiohead, e Tarik Barri, che si è occupato dei visual.

L’attesa è stata ripagata con gli interessi. Dopo un inizio buono, ma non impeccabile dal punto di vista tecnico, con la voce coperta dal resto degli strumenti, il concerto di Yorke ha chiuso in un meraviglioso crescendo. I brani dell’ultimo album Tomorrow’s modern boxes dal vivo rendono molto bene (su tutte Guess again!, Truth ray e Nose grows some), quelli del suo primo disco solista The eraser non sono da meno (l’oscura Black swan è sempre coinvolgente e Cymbal rush è stato in assoluto il momento migliore dell’esibizione). Meno convincenti i brani inediti, a parte Traffic, che prendono una deriva clubbettara troppo forzata.

La chiusura con Default invece è stata la sintesi perfetta tra le due anime del Thom Yorke solista, quella riflessiva e quella danzereccia, e ha esaltato le movenze da folletto e la voce dell’artista di Oxford. Una menzione speciale la meritano i visual di Tarik Barri, il vero valore aggiunto dell’esibizione.

Insomma, gli anni passano (Yorke ha da poco fatto 47 anni) ma, con o senza la sua band, Thom resta uno degli artisti più versatili e talentuosi in circolazione. Il modo in cui da qualche anno tenta di imporsi anche in un mondo non suo, quello della musica elettronica, potrebbe scontentare qualche purista. Ma sfido chiunque a dire che ieri sera Yorke non sia stato, ancora una volta, il più bravo di tutti.