17 aprile 2021 13:40

Arooj Aftab, Mohabbat
Nella tradizione araba, il ghazal è un poema, recitato o cantato, dedicato alla persona amata. Esprime contemporaneamente il dolore per la perdita o la separazione dalla persona cara, ma anche la bellezza dell’amore. È da questa tradizione del seicento che ha pescato Arooj Aftab, compositrice pachistana che vive a Brooklyn, New York. Mohabbat è infatti un ghazal molto diffuso, ed è stato interpretato da molti artisti, a partire dal cantante pachistano Mehdi Hassan, soprannominato “l’imperatore del ghazal”.

Il brano di Arooj Aftab fa parte di Vulture prince, un disco che uscirà il 23 aprile e che è dedicato a suo fratello Maher, morto proprio mentre l’artista stava lavorando all’album. E questo potrebbe spiegare la scelta di un brano toccante come Mohabbat. Oltre a questo pezzo, finora Aftab ha pubblicato un altro singolo estratto dal disco, Last night, versione in musica di un vecchio poema di Jalal al Din Rumi, teologo persiano, poeta e mistico sufi del duecento.

Non ho ancora ascoltato Vulture prince, ma dopo aver sentito questi due brani e aver recuperato i due dischi precedenti di Arooj Aftab, Bird under water e Siren islands, non vedo l’ora di poterlo fare. La musica della compositrice pachistana è molto raffinata e delicata, sospesa com’è tra minimalismo, classica, new age, jazz e misticismo.


Brockhampton, Buzzcut (feat. Danny Brown)
Il nuovo disco dei Brockhampton, uno dei collettivi rap più interessanti del panorama statunitense (o una “boy band”, come amano definirsi loro), non è forse uno dei loro lavori migliori, ma ha diversi pezzi di ottimo livello. Per esempio quello di apertura, Buzzcut, dove a Kevin Abstract (il frontman del collettivo) si affianca il rapper di Detroit Danny Brown. Nel finale del brano invece spunta Joba, altro membro del collettivo, con le sue note alte, tra un sassofono ed echi di Kanye West. Che pezzone.


Fiona Apple, Love more
Sharon Van Etten ha deciso di festeggiare il suo disco d’esordio Epic, uscito nel settembre 2010, con un’edizione speciale intitolata Epic ten, che contiene anche i brani del disco cantati da altri artisti come Big Red Machine, Idles e Lucinda Williams.

Tra le persone coinvolte c’è anche Fiona Apple, che si è posata con la sua grazia infinita su Love more, il brano che chiudeva l’album. Ne ha preso l’anima un po’ gospel e ci ha aggiunto il suo gusto unico per il ritmo (diventato sempre più evidente in Fetch the bolt cutters) e la melodia. Ascoltata oggi, in effetti, Love more sembrava scritta apposta per lei.


Black Keys, Crawling kingsnake
Un po’ di anni fa i Black Keys mi piacevano, e sinceramente non ho mai capito il dualismo con i White Stripes. Sì, ok, entrambi i gruppi erano un duo chitarra-batteria. E quindi? Hanno sempre avuto uno stile assimilabile, ma hanno cominciato quasi in contemporanea e le accuse di plagio di Jack White (che è un genio, per carità) fanno abbastanza ridere. Cosa dovrebbe dire Jimmy Page di White allora? E Willie Dixon di Jimmy Page? I discorsi sui plagi nella musica mi hanno sempre annoiato.

Polemiche a parte, i Black Keys erano bravi. Poi però si sono un po’ persi per strada: l’ultimo album buono è stato El camino, poi solo cose anonime. Ora però c’è una piccola consolazione all’orizzonte: il duo a maggio pubblicherà Delta kream, una raccolta di cover di vecchi pezzi blues registrata in dieci ore nel 2015 in uno studio di Nashville. Il primo estratto è Crawling kingsnake, un brano reso famoso da John Lee Hooker. Un ritorno alle radici garage blues che ci voleva.


Alek Hidell, Yolk
Uno dei dischi italiani più interessanti degli ultimi mesi è Ravot, esordio del musicista di Buggerru Alek Hidell. Il suo stile è particolare: mette insieme prog rock, ritmiche hip hop ed elettronica vintage.

Ravot è un concept album, basato su una storia che Alek Hidell conosce fin dall’infanzia: “Nel 1942 a Buggerru, un piccolo paese nel sudovest della Sardegna, dei bambini stavano facendo il bagno vicino alla banchina del porto. Un siluro vagante colpì la banchina: due bambini morirono e un terzo bambino assistette alla scena. Il trauma lo fece diventare schizofrenico. Era quello che una volta si chiamava ‘il matto del paese’”, mi ha raccontato Alek Hidell, “Ogni volta che da piccolo chiedevo ‘perché lui è così?’, tutti mi rispondevano che era diventato pazzo perché aveva visto quella scena. Il disco racconta la storia di questa persona”.


P.S. Playlist aggiornata, buon ascolto!

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