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31 maggio 2018 12:57

Le ragioni per avere dei dubbi sul contratto di governo tra Lega e cinquestelle non mancavano. Provando a elencarne alcune si sarebbe potuto cominciare da proposte di una certa gravità, come l’introduzione del vincolo di mandato per i parlamentari e la creazione di un “comitato di conciliazione” che si sovrappone agli organismi repubblicani. Una misura caratterizzante come la flat tax probabilmente non supererebbe lo scoglio della verifica costituzionale.

Molti dei trenta punti del contratto sono di una vaghezza sconcertante (“Il patrimonio culturale italiano rappresenta uno degli aspetti che più ci identificano nel mondo”, “Uomo e ambiente sono facce della stessa medaglia”, “La scuola ha vissuto in questi anni momenti di grave difficoltà”) e su diverse questioni la vaghezza lascerebbe spazio a difficili interpretazioni (che vuol dire “ridiscussione dei trattati dell’Unione europea”?).

Poi c’è l’assenza di coperture finanziarie, che secondo diverse stime dovrebbero arrivare a cento miliardi di euro. E inciampi, per esempio la confusione tra “cibersecurity” e “ciberbullismo”. Oppure norme discriminatorie, come quelle sugli asili nido gratuiti solo per gli italiani e quelle sulle moschee. O pericolosamente reazionarie, come quelle sui migranti (espulsione di 500mila persone e creazione di appositi centri di detenzione, uno in ogni regione) o sulla giustizia (inasprimento delle pene, abrogazione delle depenalizzazioni, ampliamento della legittima difesa).

Che invece il presidente della repubblica abbia deciso di esercitare una delle sue legittime prerogative istituzionali rifiutandosi di approvare la nomina di un ministro dell’economia perché questo avrebbe rischiato di mandare un messaggio di allarme agli “operatori economici e finanziari” fa capire quale sia, oggi, l’ordine delle priorità.

Questa rubrica è uscita il 25 maggio 2018 nel numero 1258 di Internazionale, a pagina 7. Compra questo numero | Abbonati

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