25 marzo 2021 14:24

Per il nono anno consecutivo il World happiness report delle Nazioni Unite ha cercato di misurare la felicità. E mai come quest’anno i risultati sono sorprendenti. Perché anziché diminuire, la felicità sembra aumentata, seppur leggermente. Nelle distinzioni per fasce di età, poi, la felicità degli anziani è cresciuta mentre quella dei più giovani è calata.

Potrebbe essere dovuto, scrive l’Economist, al fatto che gli anziani intervistati sono scampati a una malattia che poteva ucciderli. E che avere molti amici ha reso i lockdown più duri per chi di solito ha una vita sociale intensa, come i giovani.

In cima alla classifica ci sono Finlandia, Islanda e Danimarca, tre paesi che hanno affrontato bene il covid e hanno tassi di eccesso di mortalità inferiori a 21 per centomila abitanti, l’Islanda addirittura un tasso negativo. L’Italia è al 25° posto (era al 28° nel triennio 2017-2019).

Gli autori del rapporto non suggeriscono che la felicità aiuti a resistere alla pandemia. Ma sostengono che la fiducia, uno degli ingredienti della felicità a livello nazionale, è stata determinante. E in molti dei paesi che hanno gestito meglio il covid, tra cui quelli del Nordeuropa e la Nuova Zelanda, c’è una diffusa fiducia nelle istituzioni e negli stranieri.

Tutto questo rimanda alla questione di cosa sia effettivamente la felicità. Recensendo una biografia di Karl Marx, il filosofo spagnolo Paul B. Preciado ha scritto che la felicità non risiede nell’equilibrio psicologico inteso come gestione delle risorse personali e controllo degli affetti. “Anche se è difficile ammetterlo, non dipende neppure dalla salute o dalla bellezza”.

La vita di Marx, scrive Preciado, “luminosa e difficile, c’insegna che la felicità è una forma d’emancipazione politica” e sta “nella capacità di percepire ogni cosa come facente parte di noi stessi, proprietà al contempo di tutti e di nessuno; nella convinzione che essere vivi significhi essere testimoni di un’epoca, sentendosi in questo modo responsabili, in maniera vitale e appassionatamente responsabile, del destino collettivo del pianeta”.

Questo articolo è uscito sul numero 1402 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati