Parigi, il 3 giugno 2016. (Alain Jocard, Afp/Getty Images)

Parigi brucia, sott’acqua

Parigi, il 3 giugno 2016. (Alain Jocard, Afp/Getty Images)
04 giugno 2016 13:03

Parigi, venerdì 3 giugno 2016

Stasera i figli grandi sono usciti. La piccola è a casa e non ha tanta voglia di un cinema. Resteremo a vedere un film sul divano. Esitiamo nel proporle X-Men Apocalypse, forse troppo duro. Finiamo su Kung fu Panda 3. La scelta pare calibrata per i suoi sette anni. Mentre il film scorre, però, mi rendo conto che anche questo è un film apocalittico. Un mostro cattivo (una specie di mucca-ninja) si libera dal mondo degli spiriti e arriva sulla Terra per uccidere tutti. Spetterà ai soliti eroi impacciati il compito di cacciarlo salvando il mondo, non senza essere riusciti, prima, nel solito irrinunciabile dovere di “diventare se stessi”.

Se non altro, il genere apocalittico si adatta bene a questi giorni di vigilia dei campionati europei di calcio. Una settimana fa è stato confermato per altri due mesi
l’état d’urgence. In metropolitana si viaggia a singhiozzo tra un colis suspect e altre interruzioni per motivi di sicurezza. I ragazzi per la strada sono perquisiti sempre più spesso dalla polizia. E proprio stasera, qui a Parigi, si aspetta la crue della Senna: l’onda di massima piena. Il fiume è cresciuto così tanto che i ponti sono ammollo. I gommoni della polizia fluviale non riescono più a passare sotto gli archi.

Nei seminterrati del Louvre, a Parigi, si proteggono le opere d’arte per timore di inondazioni, il 3 giugno 2016. (John Schults, Reuters/Contrasto)

Ci si accorge che i grandi giacimenti culturali della città, molti dei quali sono depositati proprio sugli argini della Senna e fanno la gioia dei tanti turisti che li visitano e ne ammirano le facciate dai loro giri in bateau-mouche, sono particolarmente a rischio. Oggi hanno cominciato a stipare nelle casse i disegni e le sculture ottocentesche al musée d’Orsay, l’ex stazione trasformata da Gae Aulenti in museo degli impressionisti per iniziativa di Valéry Giscard d’Estaing (presidente tra il 1974 e il 1981). Nella foto scattata nel 1986 al momento dell’inaugurazione si distinguono, accanto a lui, François Mitterrand (presidente tra il 1981 e il 1995) e poco dietro Jacques Chirac (presidente tra il 1995 e il 2007). Sembra quasi uno di quei manifesti sovietici in cui si sovrappongono i profili di Marx, Lenin e Stalin.

François Mitterrand, Jaques Chirac e Valéry Giscard d’Estaing inaugurano il musée d’Orsay a Parigi, 1 dicembre 1986. (Direct Matin)

Ognuno di loro, seguendo la tradizione del predecessore (e del presidente ancora precedente, patrocinatore di quel Centre Georges Pompidou disegnato da Renzo Piano che alcuni chiamano Beaubourg), ha lasciato il segno tangibile della sua presenza lungo lo stesso bordo della rive gauche. Mitterrand lo ha fatto un po’ più a est con l’incredibile biblioteca che porta il suo nome. Inaugurata nel 1995, secondo il progetto originario di Dominique Perrault i libri dovevano essere conservati nelle torri di vetro e i lettori dovevano leggerli sottoterra. Presto ci si accorse che i libri esposti al sole nelle torri bruciavano, e così li hanno trasferiti nei sotterranei dove oggi la Senna li minaccia.

Chirac ha lasciato il segno più a ovest, vicino alla Tour Eiffel, con il Musée du Quai Branly realizzato da Jean Nouvel che ospita “collezioni di arti e civiltà d’Africa, d’Asia, d’Oceania e d’America”, il nome con cui si è deciso di sostituire la menzione non solo politically incorrect, ma anche offensiva di “arts premiers” con cui a sua volta si era deciso di attenuare quella precedente di “arts primitifs” usata per tutti i manufatti non occidentali. Anche qui stasera massima allerta. Se il fiume raggiungesse i sette metri (al momento siamo a sei), i milioni di flauti oggi visibili insieme agli altri strumenti musicali nella torre centrale di quel museo – un insieme di oggetti che come poche altre cose permette di misurare al tempo stesso la variabilità e l’unità dell’ingegno umano – forse sfilerebbero galleggiando verso la Normandia.

E così stasera mi ritrovo a pensare con sgomento che, insieme alle opere d’arte che un tempo i re di Francia avevano raccolto nel Louvre (pure lui chiuso e in preallarme da oggi pomeriggio), rischiano di finire nel fango anche le grandi concentrazioni di capolavori realizzati nella notte dei tempi e che i presidenti francesi di un breve quarto di secolo hanno voluto erigere a piedistallo dei propri monumenti.

Un giornalista dell’Independent scriveva che dopo gli attentati e le piene adesso a Parigi manca solo una pioggia di rane. Di fronte a quest’apocalisse i segnali sono contraddittori, ma decisamente più sorprendenti della trama di Kung fu Panda 3. La Parigi degli ultimi tempi in effetti sembra il luogo in cui si è accanita la rabbia di qualche anticristo, e il nervosismo è nell’aria, ma le persone stranamente non rinunciano a lottare per i propri diritti.

Parigi, lungo la Senna, il 3 giugno 2016. (Giuliano Milani)

Non solo continua la Nuit debout ma appaiono sempre più compatte anche le istituzioni che tradizionalmente difendono i lavoratori. Ai sindacati dei trasporti schierati contro la riforma del lavoro è stato chiesto di sospendere lo sciopero in segno di solidarietà per le calamità naturali. Hanno rifiutato. Tra quanti oggi a mezzogiorno osservavano i segni della fine dal Pont de Tolbiac, proprio sotto la Biblioteca nazionale, ho visto un padre che trascinava il figlio di quattro anni fino al gradino più basso raggiungibile della scala che di solito porta all’argine. Voleva fargli vedere l’acqua da vicino.

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