16 giugno 2010 00:00

Gian Luigi Beccaria, Il mare in un imbuto. Dove va la lingua italiana

Einaudi, 240 pagine, 18,00 euro

Beccaria ha raccolto e rivisto molti articoli di una rubrica pubblicata sulla Stampa di Torino, seguiti con interesse dai lettori anche se poco da quelli giovani che potrebbero ricavarne il maggior aiuto. La lingua è mutevole, è sempre stato così ed è giusto che sia così, ma il suo uso non può andare a discapito della varietà e della bellezza e a vantaggio della volgarità e della povertà, come è accaduto negli ultimi vent’anni. Strumento centrale della comunicazione scritta e parlata tra gli abitanti di una nazione, la lingua merita rispetto, soprattutto da parte di chi non idolatra Bossi.

Beccaria, ottimo critico e saggista, è anche autore di apprezzati dizionari di linguistica, di metrica e di retorica, ma qui si concede a un “genere” giornalistico oggi raro, che ha perso influenza perché ripudiato dal pessimo parlato dei mezzi d’informazione (prima tra tutti la tv), la cui cattiva scuola non è condannata abbastanza da Beccaria. La materia è affrontata con saggezza e misura, per blocchi omogenei sugli inganni della lingua, sui dubbi, sul rapporto tra scritto e parlato, eccetera.

L’argomento ha oggi più interesse che mai, perché troppi suoi frequentatori privilegiati, con la scusa che una lingua dev’essere viva, si affidano ai gerghi. Viva sì, ma ricca e precisa, se non vuol ridursi a lingua della pubblicità, cioè del potere. Un popolo di neo-balbuzienti deve reimparare a parlare e a scrivere, e prima ancora a pensare.

Internazionale, numero 851, 18 giugno 2010