Milan Kundera, La festa dell’insignificanza

Guanda, 128 pagine, 16 euro

“Da tempo abbiamo capito che non era più possibile rivoluzionare questo mondo, né riorganizzarlo, né fermare la sua sciagurata corsa in avanti. Non c’era che un solo modo possibile per resistere: non prenderlo sul serio. Ma mi rendo conto che le nostre beffe hanno perso ogni potere”, dice uno dei cinque amici che interloquiscono, cercando di resistere con l’ironia ai danni della storia e della società, in questo esempio della narrativa filosofica in cui il praghese-parigino si è fatto maestro.

Tra il giardino del Lussemburgo e insulsi cocktail borghesi, si snoda in un francese degno degli illuministi e in un’ottima traduzione (di Massimo Rizzante), una riflessione tra giocosa e malinconica sulla fine della storia, in cui i quattro borghesi scombinati e un quinto stupido ma che piace, intrecciano osservazioni sul filo del paradosso e incontrano donne più radicali di loro, come il bel personaggio della madre di Alain, che è forse, di tutti, il più lucido e insofferente.

E c’entrano anche un imprevedibile Stalin quasi rivalutato, maestro di beffe che ha capito il fallimento del progetto di cambiare il mondo, a causa dell’umana mediocrità, e il vecchio Kalinin, che il dittatore apprezza per la sua mediocrità, afflitto da incontinenza urinaria. Fallite le aspirazioni a dare un senso alla storia, non resta che celebrarne, accettandola, l’insignificanza sua e di tutti, dice Kundera con tranquillo cinismo.

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