Louisiana, l’altra faccia degli Stati Uniti

28 maggio 2015 12:10

Louisiana – The other side (intendendo l’altro lato degli Stati Uniti) di Roberto Minervini è il più bel film italiano presente al festival di Cannes di quest’anno, nella sezione Un certain regard. Non ha vinto premi anche se era il film che più meritava di vincerne.

Minervini è italiano, ha poco più di quarant’anni e vive e lavora negli Stati Uniti, per l’esattezza nel Texas, a cui ha dedicato i tre film forse più veri tra i mille girati in quello stato non troppo democratico. Viene da Monte Urano, in provincia di Fermo, ha fatto l’impiegato di banca, ha sposato una filippino-americana e, in seguito al disastro del World trade center (lavorava nella zona), ha avuto rimborsi che gli hanno permesso di frequentare la scuola di cinema di New York. Poi si è trasferito in Texas per il lavoro della moglie e lì ha realizzato tre film ammirevoli, che sono “documentari”, come insiste a dire il sottotitolo di quest’ultimo. Propongono esempi di vera vita americana nel bene e nel male, quella che Hollywood non narra più da tempo, la grande “fabbrica di salsicce” di cui parlava Erich von Stroheim che ci perse le penne, oggi frigidamente ipertecnologica e iperbancaria, e fornitrice di salsicce geneticamente modificate perfette per zombie e robot, per postumani.


Più di mezzo secolo fa un altro grande “documentarista”, il padre di tutti, Robert J. Flaherty, realizzò un Louisiana story che metteva a confronto natura e petrolieri nell’illusione di un accordo, di uno sviluppo sostenibile e non distruttivo. I risultati li si vede in questo film, che osa raccontare, mettendosi automaticamente e senza nessuno sforzo da parte loro, i loser, i perdenti assoluti nella struggle for life della tremenda civiltà statunitense. Che sono tanti e sempre di più, nel paese i cui servi e tifosi continuano a decantarci come la terra di tutte le opportunità. La scelta di Minervini è stata immediata, quella di mettersi dalla loro parte e raccontarli per come sono, i loser, gli sconfitti, trovandoli peraltro molto coscienti degli inganni del sistema. Sopravvivono come possono, arrangiandosi tra la natura e il po’ di lavoro che gli viene offerto, e sopravvivono – Minervini ce lo mostra con una chiarezza priva di pietismi – anche facendosi e ubriacandosi, ricorrendo alla droga e all’alcol come modi per dimenticare e per dimenticarsi. Per sopportare la cattiveria del mondo.

Minervini ama e rispetta i suoi personaggi, e il suo eroe è un Tom Joad di oggi, di non minore coscienza sociale ma ancor più privo di speranza, che ha al suo fianco una compagna di pene e di amore (come nel vecchio e dimenticato Uomo del sud di Jean Renoir) e un gruppo, ha amici parenti vicini e ha compagni di lavoro. La sua lucidità è grande, ma nonostante questo non è un disperato, e sa godere del poco che ha. C’è una scena del film che può far piangere per la tenerezza di cui è intrisa, quella in cui l’uomo e la donna fanno l’amore, fanno sesso sotto i nostri occhi di spettatori, ed è la più bella, la più dolce scena di sesso al cinema che io riesco a ricordare. È una scena d’amore dentro un film d’amore. La vita della piccola comunità e della famiglia che ne fa parte è narrata senza compiacenze ma anche senza un’ombra di quella malsana curiosità a cui indulgono le migliaia di documentaristi di oggi, voyeur che lavorano per altri voyeur: perché è bello, no?, andare in trattoria con gli amici dopo aver visto la miseria e il dolore degli altri, è una forma d’ipocrisia nota da sempre. Questo in Louisiana non ci è permesso, neanche nelle sue scene più crude.

La seconda parte del film (un terzo, forse meno) dimentica questi personaggi e racconta uno strano modo di reagire da parte di un gruppo che invece è attivo, non di mera sopravvivenza: reduci e altri che si addestrano alla guerriglia tra boschi e paludi in vista di chissà quale invasione della Louisiana (forse da Washington, forse da un Obama che ha tradito troppe speranze).

Anche questo è vero e impressionante, il distacco da un centro che non sa rispettarli (il centro del capitalismo, infine, o il suo centro maggiore) e la paura di chissà quali aggressioni, in una confusione ideologica che può far sorridere solo gli ipocriti opinionisti dei nostri quotidiani. Gruppi, insomma, per i quali potremmo azzardare la definizione di castro-fascisti. Louisiana fa pensare nella prima parte a Furore, nella seconda a Nashville. Ma è diverso da entrambi perché è diverso il mondo di oggi, gli Stati Uniti di oggi, non siamo negli anni trenta e neanche alla metà dei settanta. Siamo, appunto, nel mondo di oggi e tra i suoi perdenti, nel cuore stesso del sistema di potere, economico e ideologico, di cui anche noi siamo succubi.

Di queste cose dovremmo discutere, prima ancora che di mamme di orchi di cinema, di vecchiaia e di gioventù invero cadaveriche, nella nostra cieca ottusità di consumatori consenzienti di idee e di patatine, di droghe, da futuri loser, da destinati a perdere e che forse hanno già perso senza neppure accorgersene.

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