06 aprile 2016 11:37

Asphalte, ovvero in Italia, più platealmente, Il condominio dei cuori infranti, è un film di Samuel Benchetrit, 40 anni, di origini ebreo-marocchine, attivo (troppo!) come attore autore regista in cinema e in teatro e come estensore di una sorta di autobiografia, dice Wikipedia, in più tomi che si chiama, appunto, Cronache dell’asfalto.

Ce n’è quanto basta per essere diffidenti, e invece no, il suo è un film significativo e simpatico. Si pensa, con la prima scena (una riunione di condominio, in zona periferica e squallida di una qualche città o banlieue), a un imitatore di Ballard o Cheever, e subito dopo a un seguace del Tati comico-critico di una triste modernità (da Mio zio a Playtime). E sicuramente Benchetrit ha preso qualcosa dalle sue gag a freddo, dalla sua distanza e dai suoi silenzi, ma puntando ad altro. Questo “altro” è un messaggio umanistico di stampo truffautiano, retto con un acume intellettuale del tutto assente dalla tradizione nostrana, più convenzionale e più sentimentale, che è poi quella dello zavattinismo. Ed è proprio questo a impressionare. Ma è meglio prima ricordare la trama.


Del condominio e del suo squallido contorno si è detto. In esso Benchetrit isola tre storie, tre incontri: un solitario costretto in carrozzina per abuso di ginnastica d’appartamento su cyclette che nottetempo incontra l’opaca infermiera di notte di un vicino ospedale; un’attrice che fu un tempo nota e brava e uno sveglio adolescente con un forte bisogno di madre; e la storia più improbabile di tutte, quella di un astronauta americano, la cui capsula cade sul tetto del condominio ed è accolto da una donna araba che ha il figlio in galera.

Qui la diversità tra i due personaggi si fa davvero estrema, a evidenziare che non si cerca il realismo e il plausibile, ma un’invenzione che, nella bizzarria dei confronti, consenta un discorso di tolleranza.

Quello che in una commedia italiana suonerebbe insopportabile, qui funziona

Basta poco per non sentirsi soli, dice Benchetrit, ma quello che in una commedia italiana mainstream suonerebbe insopportabile per il sovraccarico di smorfie e battutine e ricattucci, qui invece funziona, per il semplice motivo che si fa stile. Benchetrit cerca e trova un suo linguaggio andando oltre il banale. I silenzi sono importanti quanto i discorsi, l’ambientazione quanto le psicologie, le trovate quanto il messaggio.

Si tratta sempre, diciamo così, di una piccola o piccolissima borghesia che cerca di nobilitarsi, di “darsi una ragione”, ma a partire da una sofferenza reale, non dalla recita della sofferenza. I nostri eroi italici sembra non sappiano mai cosa siano solitudine e dolore, si stordiscono e stordiscono con la recita e la chiacchiera, con il compiacimento e l’autoesaltazione. Mentre gli eroi di Benchetrit la solitudine la conoscono e non ne nascondono il peso, la condanna, la tremenda fatica che bisogna fare per uscirne.