11 febbraio 2017 18:00

Abe Kōbō, Il quaderno canguro
atmosphere libri, 210 pagine, 15 euro

Negli anni sessanta dello scorso secolo si restò sbalorditi da un film di Hiroshi Teshigahara, La donna di sabbia, e si scoprirono il teatro e la narrativa di Abe Kōbō, nato nel 1924 e morto nel 1993. Nelle avanguardie del tempo, fu uno dei più geniali e inquietanti tra gli eredi di Kafka.

Il sogno e la metamorfosi sono elementi fondamentali del suo mondo poetico, “uno strano mondo, non c’è che dire”. Se ci sono affinità con espressionismo e surrealismo, la base più profonda è forse quella della favolistica giapponese, delle storie di fantasmi, oltre che del grande praghese. “Sarebbe dovuta essere una mattina come le altre”, quella del modesto impiegato che vede crescere sul suo corpo i germogli del daikon, una sorta di ravanello, e da uomo (animale-uomo) si trasforma in uomo-vegetale, registrando minuziosamente nel “quaderno canguro” i progressi della sua mutazione, e quel che questo suscita attorno a lui.

Abe visse la guerra, e l’eco delle paure post-Hiroshima è presente nelle sue angosciose storie di cambiamenti fisici progressivi e irrefrenabili. E va ricordato che il protagonista della Donna di sabbia è un entomologo, l’aspirazione di Buñuel. Dentro la grande e disumanante mutazione che l’umanità sta vivendo, riscoprire gli incubi di Abe è affascinante e conturbante, e ne dobbiamo la riscoperta a un giovane studioso e traduttore, Gianluca Coci.

Questa rubrica è stata pubblicata il 10 febbraio 2017 a pagina 82 di Internazionale, con il titolo “Metamorfosi giapponesi”. Compra questo numero| Abbonati