Una scena del documentario Arrivederci Saigon.

Arrivederci Saigon racconta il ’68 con disincanto

Una scena del documentario Arrivederci Saigon.
07 novembre 2018 16:19

Nell’estate del 1968 un piccolo impresario di eventi musicali riuscì a organizzare una tournée asiatica per un gruppo di cinque ragazze di Piombino, Le Stars, quattro che suonavano e una che cantava. Per la verità, da quel che si può capirne, non proponevano niente di molto originale o profondo, a cavallo tra canzonetta, folk, rock e quant’altro.

Era il tempo di un vivace kitsch giovanilistico che aveva coinvolto anche i coetanei proletari, tutti con i jeans dalle zampe a campana e tutti capelloni. Una delle canzoni più popolari, tra le più tremende, diceva, ricordo: “Il mio amore è un capellone / come un divo della canzone”. Mentre le ragazze si acconciavano non molto diversamente che nel passato (dal tempo del boom e della minigonna), esplodeva tra i ragazzi un esibizionismo che non ha cessato di crescere, coinvolgendo, e corrompendo, oggi, maschi e femmine, vecchi e bambini. Con la malefica aggravante di chiodi e tatuaggi, di un esibizionismo tanto patetico quanto deprimente: un eterno carnevale di tutti uguali che si sognano tutti pezzi unici.

È all’ingenuità e generosità dei giovani proletari di quegli anni che il film documentario di Wilma Labate, Arrivederci Saigon, ci riporta, con adesione e simpatia evidenti, tanto più che è una donna a raccontare delle donne. Le cinque ex Stars hanno oggi un buon mezzo secolo in più sulle spalle, e si sono lasciate intervistare volentieri da una donna, in qualche modo anche lei una reduce benché di tempi più vicini a noi.


Wilma Labate ha saputo agire con molto garbo e con evidente rispetto, e Le Stars hanno risposto alla sua curiosità con una franchezza molto toscana (ma va ricordato che Piombino è città operaia, non è Pisa città intellettuale né Firenze città turistica, benché questa, al tempo dei La Pira e dei Bilenchi e dei don Milani e di Scuola città, fosse definita da molti come “una piccola Atene”).

Viviana, Rossella, Manuela, Daniela alla fisarmonica e Franca la cantante sono oggi donne, due hanno conservato la loro passione diventando insegnanti di musica, e tornano volentieri al tempo della gioventù raccontandoci la loro straordinaria avventura. L’impresario aveva promesso a Le Stars una tournée asiatica in più paesi, compresi Filippine e Giappone, e invece le portò direttamente e solamente a Saigon, nel vivo della guerra del Vietnam e, ovviamente, nella parte americana della guerra.

Vissero la guerra ma ebbero poco tempo per i flirt e molto per spaventarsi del mondo

Si esibirono per i soldati nella città e in azzardate spedizioni al fronte, e ne videro di tutti i colori. Vissero insomma la guerra, i bombardamenti, il rozzo maschilismo dei giovanissimi soldati mandati a crepare dagli imperialisti di Washington, assistettero ai conflitti tra i ragazzi bianchi e i ragazzi neri, ma ebbero poco tempo per i flirt e molto per spaventarsi del mondo e della guerra e per sognare il ritorno a casa, soprattutto le più ragazzine.

Labate alterna alle interviste di oggi alle ragazze che erano (alle riflessioni di queste donne fatte, quasi delle matrone, su “come eravamo”, sulla loro storia dentro quegli anni, sull’esperienza eccezionale che si trovarono a vivere) e a poche altre interviste di contorno, forse superflue, un materiale di repertorio scelto accuratamente, italiano e soprattutto statunitense, che è valido e appassionante di per sé in quanto evocazione di quegli anni, e soprattutto del ‘68 italiano e francese, del movement americano con particolare attenzione alle rivolte dei neri.

E, da brava cinematografara, non esita a infilarci immagini come quelle di Godard nel maggio francese o Ferreri, Volontè e Bellocchio in qualche manifestazione nostrana. Ma sa farlo con accorto pudore, senza esagerare neanche quando la si sente un poco tentata da una sorta di idealizzazione reducistica, da un ideologismo in agguato, a cui oppone non la distanza ma, non diversamente da Le Stars, una composta adesione, che, come la loro, è un tantino ironica, decantata.

Si vede con molto piacere Arrivederci Saigon e se ne esce, gli spettatori di età, chiedendosi come potranno reagire i giovani spettatori di oggi, come giudicheranno queste loro madri lontane e la loro serena spregiudicatezza, mai corriva e mai volgare. La parte più sconcertante del film, quella finale, riguarda gli spettatori adulti che quegli anni hanno vissuto. La guerra del Vietnam è stata per tanti e poi tanti la rivelazione del male della Storia e l’impellente invito a prender partito, a reagire, ma lo scontro era anche, nei fatti, tra modello capitalista e modello comunista (del “comunismo reale”).

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La parte più sconcertante del film è infatti quella dell’homecoming, del ritorno a casa delle cinque da quell’enorme avventura, per quei tempi rara ed estrema. Orbene, i comunisti piombinesi non trovarono di meglio che mettere sotto processo le nostre “stars” perché si erano esibite per gli americani e non per i vietcong (dei quali non si tace, per bocca dei piccoli soldati americani, la speculare crudeltà, per esempio la pratica della tortura nei confronti dei prigionieri).

A quella durezza piuttosto ottusa, le ragazze opposero la loro franchezza e, diciamo, la loro innocenza: di quella guerra e di ogni guerra avevano capito più loro, vedendola da vicino, che i funzionari del Partito comunista italiano. Ne avevano capito di più e, a loro modo, ne avevano sofferto di più, mai liberandosi davvero da quei ricordi.

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