26 novembre 2020 13:54

Gentile bibliopatologo,

Ho un dubbio che mi lacera, e riguarda Viaggio al termine della notte di Céline. Lo vedo in tutte le librerie dei miei amici, ma ogni volta scopro che nessuno di loro – come me, del resto – è riuscito a finirlo. Neppure quelli in cura da lei, quelli ossessionati dal dovere di arrivare in fondo a ogni libro. Eppure tutti lo abbiamo bramato e comprato, ne siamo rimasti inizialmente stregati e poi… Nessuno che io conosca è arrivato alla fine. Cosa sa dirmi di questo strano fenomeno: un classico onnipresente, ma da pochissimi portato al termine della lettura? Esistono libri che hanno l’ironico destino di trovarsi in ogni libreria senza che nessuno li legga? Possono ancora essere considerati classici?

-Caterina

Cara Caterina,
i libri che tutti hanno in casa e che nessuno legge non solo esistono, ma hanno anche un nome: si chiamano classici. C’è una battuta che circola sotto la firma di Mark Twain, e che Mark Twain effettivamente riportò nel discorso Disappearance of literature, ma solo per attribuirla a tale Caleb Winchester, professore di letteratura inglese. Dice così: un classico è “qualcosa che tutti vogliono aver letto e nessuno vuole leggere”. Quanto più alta è la montagna di pagine che s’interpone tra il leggere, infinito presente, e l’aver letto, infinito passato, tanto più probabile è che quel desiderio finisca inappagato.

Céline, tutto sommato, con le sue 575 pagine sul livello del comodino, non è neppure l’Everest dei libri. Nella libreria di una persona colta si avvista spesso un’orografia segreta che comprende di solito le Alpi proustiane, i Carpazi musiliani, gli Urali dostoevskiani, la cordigliera di García Márquez, i monti impenetrabili di Joyce. Conosco rocciatori provetti che si sono schiantati miseramente sul massiccio di Foster Wallace. È tutta un’epopea di frustrazioni, di impuntature d’orgoglio, di abissi di sconforto, di rese umilianti, di assiderazioni, di cani San Bernardo che accorrono con la fiaschetta di grappa al collo.

(Guido Vitiello)

E allora perché la libreria ci sembra vuota senza quelle gigantesche concrezioni di carta e inchiostro che forse non leggeremo mai? Un malizioso direbbe che certi libri sono uno status symbol, un segno di appartenenza a una cerchia esclusiva, un feticcio sociale, un pretesto di conversazione salottiera. Non erano così diverse le accuse che Luciano rivolgeva a un bibliomane ricco e ignorante in un’invettiva scritta nel secondo secolo dopo Cristo: “La scimmia è sempre scimmia, anche se ostenta un distintivo d’oro”.

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Non discuto le nostre origini scimmiesche, ma un classico – letto o non letto – non somiglia affatto a un distintivo d’oro. Semmai, possiamo paragonarlo al monolite nero di 2001: Odissea nello spazio. Ecco, prova a immaginare i tuoi amici come australopitechi accucciati intorno al parallelepipedo di Céline. Un oggetto venuto da un altro mondo che affascina e spaventa, e che con la sua presenza muta spinge i suoi adoratori verso l’intelligenza e l’evoluzione. Altro modo per dire che i classici conservano per noi l’antico prestigio del testo sacro – e quale libro è più onnipresente e meno aperto della Bibbia?

Il non finirli – ma desiderare di averli finiti – ha una funzione preziosa, quella di fissare il nostro orizzonte mentale sulla linea che separa due infiniti.