Il naufragio nel canale di Sicilia è stato provocato da una collisione

Un peschereccio si è ribaltato nella notte tra il 18 e il 19 aprile al largo delle coste libiche, con almeno 800 persone a bordo. Sono stati soccorsi solo 28 superstiti. Arrestati il capitano della nave e il suo assistente accusati del naufragio

Un altro Titanic

20 aprile 2015 16:17

Per ridurre il numero di rifugiati che muoiono nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, la prima cosa da fare sarebbe lanciare dei volantini lungo le coste del Nordafrica in cui si spiega come funziona l’equilibrio delle navi. Non precipitatevi tutti da una parte quando vedete una nave che potrebbe salvarvi, direbbero gli opuscoli, perché la vostra imbarcazione si capovolgerà e voi affogherete.

È ciò che è successo il 19 aprile al largo delle coste libiche, dove una nave carica di almeno settecento rifugiati si è ribaltata quando le persone a bordo hanno visto un mercantile portoghese e hanno provato ad attirare la sua attenzione. Secondo un sopravvissuto, sull’imbarcazione c’erano 950 persone, molte delle quali chiuse nella stiva. Almeno 650 persone sono morte, un numero di vittime pari alla metà di quelle del Titanic, anche se la barca in questione era lunga appena 20 metri. Solo 28 persone sono state salvate.

Esattamente la stessa cosa era successa a un’altra barca stracolma di rifugiati la settimana precedente, quando altre quattrocento persone sono affogate. Se si contano almeno trecento altre persone annegate in un altro naufragio a febbraio, il bilancio del 2015, ancor prima del picco estivo di traversate dei rifugiati, è di circa 1.500 vittime, pari a tutte quelle del Titanic. Ma i titoli di giornale sono molti meno.

La seconda cosa da fare, quindi, è chiudere in una stanza i ministri degli esteri dell’Unione europea e tenerli senza caviale e champagne finché non decideranno di agire contro il massacro silenzioso in corso nel Mediterraneo. Qualcosa di relativamente efficace era stato messo in campo fino alla fine del 2014, ma poi hanno deciso di darci un taglio.

Fino al dicembre scorso, l’encomiabile marina italiana ha gestito un’operazione di salvataggio chiamata Mare nostrum che si spingeva fino al limite delle acque territoriali libiche. L’operazione costava 9,5 milioni di euro al mese, ma ha salvato centomila persone. Più della metà dei 170mila rifugiati che sono arrivati in Italia ha potuto ringraziare la marina italiana, e il tasso di mortalità era stato dell’1 per cento.

Quest’anno il numero di rifugiati che arrivano in Italia ogni mese è quasi lo stesso, forse appena superiore, ma il numero di persone che muoiono durante la traversata è dieci volte superiore. Questo perché invece di condividere i costi di Mare nostrum, i governi dell’Unione europea hanno chiesto all’Italia di interromperla e l’hanno sostituita con Triton, un’operazione guidata direttamente da Bruxelles.

Peccato che Triton non sia affatto un sostituto adeguato. I fondi a sua disposizione sono appena un terzo di quelli di Mare nostrum e il suo raggio d’azione è limitato alle acque territoriali italiane, mentre la maggior parte dei barconi affonda molto più al largo. Nonostante sia teoricamente esonerata dall’incarico, anche quest’anno la marina italiana ha salvato il doppio delle persone soccorse dalla patetica operazione Triton. La verità è che quest’ultima è stata concepita proprio per essere patetica.

Il ragionamento dei governi europei è stato che se avessero tolto la speranza di essere salvati dalla marina italiana, sarebbero arrivati meno rifugiati. Quindi se uno sta fuggendo dalla guerra civile in Siria o dall’atroce dittatura eritrea e scopre che il rischio di morire durante la traversata del Mediterraneo è passato dall’1 al 10 per cento, deciderà di rimanere in un paese devastato dalla guerra come la Libia?

I governi europei volevano ingannare solo gli altri o anche se stessi? Quasi sicuramente la risposta è la prima. Nei loro paesi erano sotto pressione per fermare il flusso di migranti e non volevano condividere il peso del loro salvataggio con gli italiani, ma non potevano semplicemente dire: “Che affoghino pure”. Per cui hanno tirato fuori l’assurda idea di scoraggiare i migranti rendendo più pericolosa la traversata, e hanno chiuso Mare nostrum.

“Oggi in molti paesi europei la retorica politica è estrema e irresponsabile. La paura degli stranieri esiste, ma viene sfruttata per ragioni politiche, specialmente durante le campagne elettorali”, ha detto Laurens Jolles, il rappresentante in Italia dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr).

Verissimo. Prendete per esempio Katie Hopkins, opinionista del Sun, un volgare tabloid britannico di destra di proprietà di Rupert Murdoch. Il 17 aprile, in un articolo intitolato “Salvataggio? Io contro i migranti userei le navi da guerra”, ha scritto: “No, non m’interessa. Mostratemi foto di bare, mostratemi cadaveri che galleggiano in mare, mettete musica di violini e mostratemi esseri umani magri e dall’aria triste. Non me ne frega niente”.

Per continuare: “Non lasciatevi ingannare, questi migranti sono come scarafaggi. Sono fatti per sopravvivere a una bomba atomica. Sono dei sopravvissuti. È arrivato il momento di fare come gli australiani. Tiriamo fuori i cannoni, obblighiamo i migranti a tornare sulle loro coste e bruciamo le loro barche”.

Hopkins si guadagna da vivere scrivendo pezzi del genere, ma queste sono anche le idee di una minoranza politicamente significativa nel Regno Unito, e nella maggior parte dei paesi dell’Unione europea. Quando l’Unhcr ha fatto appello all’Unione europea per trovare una sistemazione a 130mila profughi siriani, la Germania ha risposto dicendo che ne avrebbe accolti trentamila, la Svezia (che ha un decimo della popolazione della Germania) 2.700, mentre tutti gli altri 26 stati dell’Ue messi insieme solo 5.438.

E così la gente continuerà ad annegare.

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Claudia Grisanti
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