Due ragazze a Ouagadougou, il 1 ottobre 2015, passano davanti al muro dove è scritto “Giustizia per me” accanto al graffito del volto di Thomas Sankara, il presidente del Burkina Faso assassinato nel 1987.

Il passo avanti del Burkina Faso fa bene alla democrazia africana

Due ragazze a Ouagadougou, il 1 ottobre 2015, passano davanti al muro dove è scritto “Giustizia per me” accanto al graffito del volto di Thomas Sankara, il presidente del Burkina Faso assassinato nel 1987.
20 ottobre 2015 17:19

Le acque si sono calmate a Ouagadougou, la capitale africana dei colpi di stato (sette negli ultimi 65 anni), e le elezioni in Burkina Faso si terranno alla fine del mese prossimo. Non siate cinici al riguardo: si tratta di un vero progresso.

Il Burkina Faso, uno stato dell’Africa occidentale senza sbocchi sul mare, contende alla Somalia il titolo di paese più povero del continente. Forse vi chiederete perché mai qualcuno dovrebbe volere l’ingrato compito di governare un posto del genere, ma il potere politico garantisce l’accesso alle risorse rare (come il denaro) anche nei paesi più poveri. Soprattutto se sei nell’esercito.

Quello che è diventato l’ottavo colpo di stato del paese era cominciato alla metà di settembre quando il generale Gilbert Diendéré, capo della guardia presidenziale, ha sequestrato e imprigionato il presidente e il primo ministro provvisori. Diendéré ha detto di averlo fatto perché il partito dell’ultimo presidente, Blaise Compaoré, non avrebbe potuto partecipare alle elezioni.

Le elezioni non risolveranno tutti i problemi del Burkina Faso, ma la democrazia forse sì

Compaoré, un ex militare salito per la prima volta al potere con un altro golpe, è stato cacciato l’anno scorso da una rivolta popolare quando ha cercato di candidarsi nuovamente alla presidenza dopo 27 anni al potere. Per tutto quel tempo Diendéré è stato il suo più fedele alleato, e tutti pensano che la sua iniziativa servisse in realtà a riportare Compaoré al potere.

Ma se il colpo fosse riuscito, probabilmente Diendéré avrebbe deciso di rimanere lui stesso al potere. Quando i manifestanti che hanno fatto capitolare Compaoré sono nuovamente scesi in piazza, le truppe di Diendéré li hanno accolti a raffiche di mitra, uccidendo quattordici persone e ferendone centinaia.

Qualcosa sta cambiando per il meglio

Le sue ambizioni, però, non sono state frustrate dalla popolazione, bensì dalle istituzioni. Il colpo di stato, infatti, è stato subito condannato dall’Unione africana (Ua): “L’Ua non riconosce la ‘rimozione’ del presidente ad interim Michel Kafando compiuta dall’esercito e il tentativo di sostituirlo con ‘nuove autorità’”, ha dichiarato la presidente dell’Ua, la sudafricana Nkosazana Dlamini-Zuma.

La Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas) ha adottato una linea più morbida, mettendo insieme una squadra di mediatori e offrendo ai responsabili del colpo di stato un’amnistia nonostante la strage di manifestanti. Ma quando i gruppi della società civile in Burkina Faso hanno protestato contro l’amnistia, il presidente nigeriano Muhammadu Buhari ha preso in mano la situazione.

Buhari, che trent’anni fa è stato un dittatore militare arrivato al potere con un golpe e che l’ha perso con un altro, si descrive oggi come un “convertito alla democrazia”. Ha definito il colpo di stato di Diendéré una “sfacciata violazione” della costituzione del Burkina Faso e ha preteso che facesse marcia indietro. L’esercito burkinabé, da sempre ostile ai privilegi della guardia presidenziale, è entrato in città e ha intimato a Diendéré di arrendersi.

Le istituzioni africane sono cambiate e non chiudono più un occhio quando c’è un golpe in uno dei paesi membri

E così è accaduto, anche se prima ci sono state un po’ di sparatorie. Adesso Diendéré è in stato di arresto, con undici capi d’imputazione tra i quali “crimini contro l’umanità”, la guardia presidenziale è stata disarmata e formalmente sciolta e le elezioni sono nuovamente previste per il 29 novembre.

Le elezioni non risolveranno tutti i problemi del Burkina Faso, ma la democrazia forse sì. Il paese ha ancora il tasso di alfabetizzazione più basso del mondo, è ancora poverissimo e la popolazione (attualmente 17 milioni di persone) sta ancora raddoppiando ogni 25 anni. Ma qualcosa sta davvero cambiando in meglio.

Molti burkinabé sono analfabeti ma conoscono i loro diritti e non accettano più gli ordini da delinquenti armati, in uniforme, e senza opporre resistenza. Anche le istituzioni africane sono cambiate e non chiudono più un occhio quando i paesi che ne fanno parte subiscono un colpo di stato militare. Intervengono prontamente e in modo deciso, e in generale con successo.

Sono meno inflessibili nei confronti di quei paesi dove i dittatori tengono regolari elezioni controllandone l’esito attraverso la corruzione, il monopolio dei mezzi d’informazione o il semplice terrore di uno stato di polizia, come il Sudan, lo Zimbabwe e l’Etiopia. Ma oggi in più della metà dei cinquanta paesi del continente c’è una democrazia, più o meno funzionante (anche se sempre piuttosto corrotta).

La giusta direzione

La democrazia ha bisogno dello stato di diritto e questo è il suo valore principale, perché lo stato di diritto è l’elemento più importante se si vogliono distribuire i vantaggi della crescita economica tra chi non appartiene alle élite. Le persone rifiutano di investire e lavorare duro se sanno che probabilmente i loro guadagni gli verranno sottratti.

Lo stato di diritto non è mai uno stato perfetto: anche nei paesi più sviluppati esiste spesso un diritto per i ricchi e uno per i poveri, ma più ci si avvicina a questo ideale più la crescita sarà positiva. Molti non lo capiscono, pensando solo in termini di diritti umani e sostenendo che l’economia, e non la democrazia, deve essere la priorità dei paesi poveri.

Si sbagliano. È lo stato di diritto che riduce gradualmente la corruzione e offre alle persone un motivo d’investire nel loro futuro. E non può esserci stato di diritto senza democrazia. Il Burkina Faso sta andando nella giusta direzione, e lo stesso vale per l’Africa.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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