La presidente Dilma Rousseff a Brasilia, l’11 marzo 2016.

La crisi del Brasile non è colpa di Dilma Rousseff

La presidente Dilma Rousseff a Brasilia, l’11 marzo 2016.
15 aprile 2016 11:35

Cose da non credersi. Il 17 aprile la presidente del Brasile Dilma Rousseff dovrà affrontare un voto d’impeachment alla camera. L’accusa? Aver manipolato i conti del governo prima delle ultime elezioni per far sì che il deficit apparisse più basso di quanto era in realtà.

Ma è ridicolo. Tutti i governi cercano di minimizzare l’entità del deficit prima di un’elezione. Ho seguito decine di elezioni e almeno un terzo delle volte è venuto fuori che il governo aveva nascosto l’entità dei problemi finanziari del paese. È una cosa brutta, ma non un reato capitale.

In ogni caso, ormai in Brasile è guerra aperta a Rousseff, e se dovesse perdere il voto alla camera andrebbe incontro all’impeachment. Questo significa che sarebbe sospesa per 180 giorni anche se alla fine fosse assolta dalle accuse. Quindi chi prenderebbe il suo posto?

Il vicepresidente Michel Temer, naturalmente, che sarebbe ben felice di farlo. Recentemente è trapelata una registrazione audio in cui Temer prova il discorso che avrebbe tenuto in seguito alla sospensione di Rousseff. “Molte persone mi hanno chiesto di rivolgere almeno alcune frasi preliminari alla nazione brasiliana, cosa che faccio con modestia, prudenza e moderazione…”, esordisce umilmente.

Rousseff è andata su tutte le furie, accusando di tradimento Temer (che ha fatto parte della coalizione di governo fino alla settimana scorsa) e ormai parla di lui come del capo del complotto contro il suo governo democraticamente eletto. Ma non dovrebbe preoccuparsi troppo di Temer, che rischia a sua volta l’impeachment per le stesse identiche ragioni, ovvero aver manipolato il bilancio del governo per nascondere il deficit.

Chi prenderebbe il comando se anche per Temer arrivasse l’impeachment? Il primo della lista sarebbe il presidente della camera Eduardo Cunha, ma anche lui è accusato di riciclaggio di denaro sporco e di altri gravi reati legati all’immenso scandalo che ha colpito la compagnia petrolifera statale Petrobras. Nel suo conto segreto in Svizzera ci sono oltre cinque milioni di dollari.

L’incarico passerebbe quindi al presidente del senato Renan Calheiros. Peccato però che sia incriminato con le stesse accuse. Il fatto è che più di 150 tra parlamentari e funzionari governativi sono accusati di abuso d’ufficio, corruzione e riciclaggio all’interno dell’indagine Lava jato (autolavaggio) sulla Petrobras.

La crisi del 2008 aveva reso la situazione meno rosea già prima che Rousseff prendesse il posto di Lula

Non stiamo parlando di una repubblica delle banane ma del Brasile, un paese di duecento milioni d’abitanti che ha la sesta economia più grande del mondo. Eppure l’intera classe politica è sospettata di attività criminali, a quanto pare con motivi fondati, e le piazze continuano a riempirsi di manifestanti arrabbiati.

Il Brasile è stato una democrazia a tutti gli effetti negli ultimi trent’anni, ma oggi Rousseff parla apertamente del rischio di un colpo di stato. Alcuni dei manifestanti invocano apertamente l’intervento dell’esercito. Il paese è al collasso. Ma perché tutto questo accade ora? Perché l’economia è andata al tappeto.

Quando il Partito dei lavoratori di Rousseff è salito al potere per la prima volta nel 2003 sotto la guida di Luiz Inácio “Lula” da Silva, l’economia globale era in pieno boom e quella brasiliana anche. C’era denaro per finanziare enormi programmi sociali che hanno tirato fuori dalla povertà quaranta milioni di brasiliani, e tutti adoravano Lula.

Ma la crisi finanziaria del 2008 aveva reso la situazione meno rosea già prima del 2011, quando Dilma Rousseff ha preso il posto di Lula. Da allora l’economia del Brasile, che dipende dalle esportazioni, ha preso una terribile bastonata. Con Lula cresceva del 3,5 per cento all’anno. Durante il primo mandato di Rousseff la crescita era già scesa al 2,2 per cento. Nel 2014 e 2015 il pil si è contratto del 4 per cento all’anno.

Anche se avrebbe potuto fare meglio, Rousseff non ha grandi colpe. Cina, Russia e Sudafrica hanno vissuto un simile declino con il crollo dei prezzi delle materie prime e il calo delle esportazioni.

La realtà è che tra i Brics, le grandi economie emergenti, solo l’India è uscita indenne dalla crisi. E questo crollo della crescita è il motivo per cui i sondaggi mostrano che il 68 per cento dei brasiliani vuole che Rousseff lasci il potere.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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