Scontri tra manifestanti e forze di sicurezza vicino alla base militare di Paramacay a Valencia, in Venezuela, il 6 agosto 2017.

I giorni cruciali del Venezuela

Scontri tra manifestanti e forze di sicurezza vicino alla base militare di Paramacay a Valencia, in Venezuela, il 6 agosto 2017.
09 agosto 2017 09:12

Ci sono due versioni dell’assalto lanciato il 5 agosto alle caserme militari di forte Paramacaynello stato di Carabobo. Il governo venezuelano dice che gli assalitori in parte sono stati uccisi o arrestati, e che è aperta la caccia all’altra metà, circa una decina di persone.

Il sergente Giomar Flores, che a giugno ha disertato dalla marina venezuelana e oggi vive in Colombia, ha dichiarato al Guardian che l’attacco è stato un “successo totale. Ci siamo impadroniti di quattro battaglioni e uno ha opposto resistenza”, ha raccontato, affermando di essere in contatto diretto col capo dell’assalto, il capitano Juan Caguaripano. I ribeli si sono impadroniti di una “grande quantità di armi”, perlopiù fucili d’assalto, e si sono allontanati senza subire perdite.

Indipendentemente da quale versione scegliate come buona, i testimoni affermano che molti civili residenti vicino alla base a Valencia, la capitale del Carabobo, siano scesi in strada per sostenere i ribelli. La guerra civile in Venezuela non è ancora una realtà, ma la situazione è quantomeno incendiaria.

A cosa serve l’assemblea costituente
L’attacco è arrivato appena una settimana dopo l’elezione dei componenti dell‘“assemblea costituente” voluta dal presidente Nicolás Maduro, sempre più sotto pressione. Non stupisce che le opposizioni abbiano boicottato il voto, visto che l’obiettivo della nuova assemblea è riscrivere la costituzione e impedire la sconfitta di Maduro alle prossime elezioni.

Maduro dà una spiegazione diversa. Secondo lui questo è l’unico modo di portare “pace e riconciliazione” nel paese dopo mesi di crisi politica ed economica. Ma, al di fuori del suo Partito socialista, sono tutti convinti che si tratti di un colpo di stato costituzionale.

L’assemblea costituente, che il presidente venezuelano ha voluto per decreto, è formata esclusivamente da 545 suoi sostenitori, non ha scadenze precise di mandato né limitazioni di competenze. E può, tra le altre cose, posporre a data indefinita le elezioni presidenziali previste per il 2018. La cosa ha una grande importanza, visto che Maduro oggi non avrebbe possibilità di vincere le elezioni: recenti stime danno il sostegno popolare nei suoi confronti al 20 per cento.

Più nell’immediato può sciogliere il parlamento nazionale legittimamente eletto, in cui i partiti d’opposizione hanno ottenuto una maggioranza di due terzi nel dicembre 2015. E ha già rimosso la procuratrice generale Luisa Ortega, esponente del Partito socialista e alleata di Maduro prima che ne prendesse le distanze a causa del comportamento sempre più arbitrario del presidente.

Un’indagine sospesa per forza
L’azione più minacciosa intrapresa da Ortega era stata di avviare un’indagine, la scorsa settimana, relativa al voto del 30 luglio che ha dato vita all’assemblea costituente. Visto che a votare sono stati solo i sostenitori di Maduro, la cosa potrebbe sembrare irrilevante, ma a metà luglio l’opposizione aveva organizzato un referendum informale nel quale sette milioni di persone avevano votato contro l’assemblea costituente.

Maduro ha quindi sentito il bisogno di rivendicare che più di otto milioni di venezuelano hanno votato per la nuova assemblea. Anche così non sarebbe un’affluenza particolarmente alta in un paese da trenta milioni di persone. Ma come se non bastasse l’azienda che ha fornito le macchine elettorali, SmartMatic, ha dichiarato che i risultati sono stati gonfiati, con l’aggiunta di almeno un milione di voti supplementari.

Se è vera la notizia che la maggior parte dei soldati non ha opposto resistenza all’assalto alle caserme di Valencia, allora l’esercito sta per spaccarsi

Antonio Mugica, l’amministratore delegato di SmartMatic, ha dichiarato che le precedenti elezioni che si erano svolte in Venezuela usando le loro macchine erano state regolari. “È quindi con enorme dispiacere che dobbiamo comunicare che le statistiche sull’affluenza alle elezioni del 30 luglio per l’assemblea costituente in Venezuela sono state manomesse”, ha affermato.

La situazione è forse anche peggiore di così. I dati interni del consiglio elettorale nazionale (di cui ha parlato Luis Rondón, l’unico dei cinque direttori di questa istituzione a non essere un lealista del governo), mostrano che 3,7 milioni di persone avevano votato alle 17.30, un’ora e mezza prima della chiusura delle urne. Ortega aveva incaricato due procuratori di aprire un’inchiesta sugli altri quattro direttori del consiglio elettorale nazionale, ma la donna ha ormai perso il suo incarico e le indagini si fermeranno qui.

“Questa è una dittatura”, ha dichiarato Luisa Ortega il 5 agosto, e ha ragione. Maduro ha deciso che lui e il suo Partito socialista possono rimanere al potere solo distruggendo ogni opposizione, ed è probabile che sia vero. Il regime che ha ereditato nel 2013 alla morte del suo fondatore, Hugo Chávez, è stato in passato davvero popolare e ha vinto elezioni regolari, ma quattro anni di crollo del prezzo del petrolio, cattiva gestione economica e crescente corruzione hanno messo fine a tutto questo.

Le proteste di strada contro Maduro durano ormai da quattro mesi e almeno 120 persone sono state uccise. L’inflazione è al 1.600 per cento, cibo e medicine scarseggiano e i tassi di omicidio sono altissimi. I generali sono generosamente ricompensati per la loro fedeltà al regime, ma i soldati semplici guadagnano circa 25 dollari al mese.

Il Venezuela è una polveriera. Ci sono centinaia di migliaia di fedeli sostenitori del regime “chavista” a cui il governo ha distribuito armi. Se è vera la notizia che la maggior parte dei soldati non ha opposto resistenza all’assalto alle caserme di Valencia, allora l’esercito sta per spaccarsi. La violenza nelle strade sta cambiando. Oltre ai manifestanti che muoiono ogni giorno, aumentano anche i caduti tra le forze di polizia.

Non esiste un disastro peggiore di una guerra civile per un paese. Per il Venezuela si avvicina quel momento.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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