23 maggio 2020 13:12

Non ho mai creduto davvero alla storiella che gli attivisti per il clima raccontano per spiegare perché così tante persone non colgono il loro messaggio. Quella secondo la quale se lasci cadere una rana in una pentola d’acqua bollente, salterà fuori immediatamente, mentre se invece fai salire lentamente la temperatura non se ne accorgerà. Rimarrà lì finché non morirà bollita.

Non ho mai davvero tentato l’esperimento, ma di sicuro neppure le rane non possono essere così stupide. E sono piuttosto certo che non lo siano neanche gli esseri umani.

Quindi perché la brava gente di Houston non ha cominciato a fare campagna contro il cambiamento climatico nel 2017, quando l’uragano Harvey ha lasciato sott’acqua un terzo della loro città? Perché i cittadini delle Filippine non hanno chiesto a gran voce che il loro paese mettesse fine alla sua pesante dipendenza energetica dalle centrali a carbone, dopo che il tifone Haiyan ha ucciso almeno 6.300 di loro nel 2013? Perché i sopravvissuti dello stato di Orissa non si sono rivoltati contro le emissioni di gas serra in India, dopo che il più violento ciclone della storia ha ucciso quindicimila di loro nel 1999?

Bè, in parte perché non c’erano dati che provassero che il riscaldamento stesse rendendo le tempeste tropicali più forti. Praticamente tutti gli esperti di meteorologia e moltissimi non addetti ai lavori ritenevano che fosse così, ma semplicemente non c’erano prove. Fino a oggi. E, come per festeggiare questa scoperta, è subito arrivata un’altra tempesta di dimensioni mostruose. Il 20 maggio il superciclone Amphan si è abbattuto sul golfo del Bengala, uccidendo almeno 84 persone in India e in Bangladesh

Prove concrete
Le persone che vivono intorno al golfo del Bengala sanno che le tempeste si stanno facendo sempre più potenti: 140mila persone sono morte quando il ciclone Nargis ha colpito il delta dell’Irrawaddy in Birmania, nel maggio del 2008. E lo stesso vale per chi vive nei Caraibi, sulla costa orientale degli Stati Uniti e all’estremità occidentale del “corridoio dei tifoni” (Filippine, Cina, Corea e Giappone).

Ma avevano bisogno di prove concrete, e adesso le hanno. Uno studio di un gruppo di ricercatori della National oceanic and atmospheric administration e dell’Università del Wisconsin a Madison, pubblicato il 18 maggio sulla rivista Pnas, conferma l’esistenza di un legame diretto tra il riscaldamento degli oceani, un maggiore quantità di vapore acqueo nell’aria e tempeste più violente.

Le tempeste non aumentano di numero, ma le loro dimensioni sono molto più grandi. La probabilità che una qualsiasi tempesta tropicale cresca fino a diventare un uragano di categoria tre o superiore (o l’equivalente per quanto riguarda cicloni e tifoni) sta aumentando dell’otto per cento ogni dieci anni.

Potrebbe trattarsi semplicemente di una variazione naturale? James Kossin, principale autore dello studio, pensa di no: “Crediamo decisamente che ci sia la mano dell’uomo in questi cambiamenti”. I dati coprono quattro decenni, il che significa che il numero di uragani di categoria tre o superiore è cresciuto di un terzo a partire dal 1980.

Almeno un quarto della popolazione mondiale sarà costretto a spostarsi nei prossimi cinquant’anni

Le cose potranno solo peggiorare, come accadrà per qualsiasi altro fenomeno legato al clima. Oggi la temperatura media globale è 1,1 gradi centigradi più alta rispetto alla media del periodo preindustriale. Ma nell’aria c’è già abbastanza anidride carbonica da provocare un ulteriore aumento della temperatura di mezzo grado.

Lasciamo stare tutta l’anidride carbonica che sarà rilasciata nell’atmosfera il mese prossimo, l’anno prossimo o nei prossimi dieci anni. Che effetti avranno sulle tempeste tropicali le tonnellate di gas serra che abbiamo già emesso? Come per la maggior parte dei cambiamenti climatici, si arriverà al punto in cui l’ambiente locale non sarà più compatibile con il normale stile di vita degli esseri umani.

Per i cinquecento milioni di persone che vivono intorno al golfo del Bengala, il punto di rottura potrebbe essere rappresentato da enormi cicloni e allagamenti aggravati dall’aumento del livello dei mari. Per altri potrebbe trattarsi di ondate di calore e siccità permanente. In alcuni luoghi saranno carestie. Ma almeno un quarto della popolazione mondiale sarà costretto a spostarsi nei prossimi cinquant’anni. Per andare dove? Non ne ho idea. Con quasi otto miliardi di abitanti, il mondo è già abbastanza affollato.

Recentemente, mentre intervistavo alcuni climatologi, ho visto per la prima volta un grafico sulle proiezioni del riscaldamento globale che indicava esplicitamente una soglia di “morte”. Morte di massa, per la precisione. Mi sono sentito un po’ come una rana.

(Traduzione di Federico Ferrone)