Mark Zuckerberg a San Jose, California, ottobre 2017. (David Paul Morris, Bloomberg via Getty Images)

Riprendiamoci i nostri dati

Mark Zuckerberg a San Jose, California, ottobre 2017. (David Paul Morris, Bloomberg via Getty Images)
27 marzo 2018 17:14

La rabbia contro Facebook per il caso Cambridge Analytica è stata così grande che persino Donald Trump ha trattenuto il fiato davanti ai titoli dei giornali. Le rivelazioni sono state più avvincenti di una serie di Netflix. Un reality show su dati, manipolazioni, potere e negligenze. L’unico problema è che le vittime siamo noi. Fino a poco tempo fa temevamo lo strapotere del controllo digitale esercitato dal governo. Ora conosciamo i rischi reali del controllo da parte dei privati.

Grazie alle indagini del Guardian, del New York Times e del canale televisivo britannico Channel Four News abbiamo saputo che un giovane ricercatore di nome Aleksandr Kogan – che per un breve periodo si è fatto chiamare Dr. Spectre – ha raccolto per conto della società di marketing britannica Cambridge Analytica i dati di 50 milioni di ignari utenti di Facebook. La società ne ha poi ricavato i profili psicologici di milioni di elettori statunitensi e ha usato queste informazioni per la campagna elettorale di Donald Trump. Si è anche saputo che Cambridge Analytica non era una normale società: Alexander Nix, il suo ex amministratore delegato, ripreso da telecamere nascoste proponeva a un cliente di raccogliere informazioni ricorrendo a prostitute, spie, corruzione e finti video ricattatori, sotto falsa identità e all’ombra di anonime società prestanome.

Stando alle regole di Facebook, la società non sarebbe dovuta entrare in possesso dei dati, ma Facebook non si è preoccupata della questione. Al contrario ha cercato di insabbiare la notizia con minacce di querele e pressioni. Quando comunque è uscita allo scoperto, per giorni il capo di Facebook Mark Zuckerberg è sparito dalla circolazione. Dalla vicenda si è capito chiaramente che i giganti tecnologici non si fanno problemi a consegnare noi utenti nelle mani di personaggi senza scrupoli.

Nell’occhio del ciclone
Già nel 2015 il giovane professore di matematica Paul-Olivier Dehaye si era rivolto alla redazione di Das Magazin, il settimanale del Tages Anzeiger, per sottoporgli un caso simile. La sua preoccupazione era che l’università di Zurigo, per la quale lavorava, consegnasse i dati personali dei suoi studenti ad alcune piattaforme per corsi online con le quali l’ateneo collaborava. Dehaye si era imbattuto così in un caso precedente, raccontato dal Guardian: un certo Alexandr Kogan aveva passato dati e risultati di ricerche a una società digitale chiamata Cambridge Analytica, che all’epoca lavorava per il candidato alle presidenziali americane Ted Cruz. Quello che alle origini delle indagini del Magazin sembrava uno scandalo universitario, si è rivelato il thriller digitale che oggi tiene tutti con il fiato sospeso. Il 4 dicembre 2016 il Magazin pubblicò un articolo su questa vicenda suscitando reazioni in tutto il mondo.

Ora, con questo nuovo scandalo, i protagonisti sono nell’occhio del ciclone. Facebook è alle prese con la sua crisi più grave di sempre. Cambridge Analytica ha sospeso il suo amministratore delegato, Alexander Nix, e Mark Zuckerberg, considerato un ipotetico candidato alla Casa Bianca, davanti alle telecamere della Cnn con gli occhi lucidi, ha promesso che farà di tutto perché non succeda mai più. La vicenda ha anche un aspetto liberatorio: Facebook non è onnipotente. E Dehaye dovrà deporre la settimana prossima davanti alla camera dei comuni britannica.

È tutto a posto? Possiamo tornare tranquillamente a mettere like? No, il problema è infatti più grande di Facebook e Cambridge Analytica. Entrambe sono semplicemente parte di un sistema enorme.

La nostra vita digitale è in vendita, del tutto sottratta al nostro controllo

La stessa Facebook ha dichiarato di dover verificare che decine di migliaia di partner commerciali non siano “altre Cambridge Analytica” - che è un modo per ammettere che ci sono di sicuro altri casi simili. Lo stesso vale per i dati: Alexander Nix ha spiegato al Magazin che può ottenere dati anche senza Facebook. Ci sono grandi mediatori, broker di dati, che raccolgono e smerciano dati personali. Conti delle carte di credito, tessere di appartenenza, nome e contatti. La nostra vita digitale è in vendita, del tutto sottratta al nostro controllo. Al mercato dei dati non si servono solo aziende ambigue, ma anche stati come la Corea del Nord e la Cina.

In futuro riceveranno sempre più dati su di noi, da quelli dei frigoriferi intelligenti a quelli elaborati dai sensori di cui sono piene le smart cities. Allo stesso tempo miglioreranno anche i metodi di analisi: e così aumentano sia le opportunità di guadagno, sia i rischi connessi a tecnologie pericolose.

Le società tecnologiche dichiarano di volersi assumere più responsabilità e proteggere meglio i “loro” dati condividendoli di meno. Vogliono poterli controllare, ma così ricercatori e utenti saranno sempre più all’oscuro di quello che i giganti tecnologici sanno su di noi. L’asimmetria del potere aumenta con la distribuzione squilibrata del nuovo capitale.

È necessario sottrarre questa responsabilità alle aziende tecnologiche. Il caso Cambridge Analytica ha dimostrato che la responsabilità è troppa persino per le aziende più grandi del settore. È l’eterna tragedia dei grandi imperi, che nel lungo raggio non possono garantire né la libertà né la sicurezza dei loro cittadini. Lo stesso vale per gli imperi digitali.

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Continuare a formulare nuove leggi sulla protezione dei dati non è la strada giusta, perché così si incentivano sempre nuovi sviluppi. Alla fine ci guadagnano le aziende che possono permettersi più avvocati. Per questo ora Zuckerberg vagheggia di nuove regolamentazioni.

La soluzione sarebbe facile: restituire alle persone i propri dati, e anche il diritto e la responsabilità di decidere cosa può essere trattato e a quali fini. Il risultato, oltre a un maggior controllo, sarebbe un nuovo reddito digitale, una percentuale dei profitti che si ricavano da quei dati che senza di noi non esisterebbero.

Ora negli Stati Uniti si discute della proprietà dei dati. Nuove tecnologie potrebbero consentire una loro amministrazione automatica. Il nuovo regolamento europeo in materia di protezione dei dati che entrerà in vigore a maggio accorda agli utenti nuovi diritti relativi a visibilità, portabilità e cancellazione. Insomma, ci sono nuove opportunità.

(Traduzione di Nicola Vincenzoni)

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano svizzero Tages Anzeiger.

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