Muri di impotenza

28 agosto 2015 17:12

Sette anni fa, marzo 2008, la filosofa americana Wendy Brown parlò in una conferenza romana dei nuovi muri che dal 1989 in poi, a onta e smentita della retorica sul mondo unificato dal crollo del muro di Berlino, erano spuntati qua e là tracciando nuove linee di guerra, esclusione, xenofobia, militarizzazione poliziesca. Muri di cemento e di filo spinato, muri tecnologici fatti di sensori e telecamere, muri militari fatti di uomini in divisa; al confine fra Stati Uniti e Messico, Sudafrica e Zimbabwe, Egitto e Gaza, India e Pakistan, Arabia Saudita e Yemen e via dicendo, per marcare confini, discriminare popolazioni, allontanare migranti, poveri e lavoratori, acchiappare contrabbandieri e dissuadere terroristi. Muri paradossali e fuori tempo: eretti ovunque per riaffermare e spettacolarizzare la potenza della sovranità nazionale, ne rappresentano al contrario, spiegò Brown, l’ineluttabile declino; tentando invano di richiamare in vita un potere statuale minacciato dai flussi di persone, merci e capitali della globalizzazione, ne mostrano la fragilità e l’impotenza; barrando i confini, ne mostrano la porosità.

Le fece eco, nello stesso convegno, Judith Butler, mostrando a sua volta la struttura altrettanto paradossale della retorica patriottica, nazionalista e islamofobica del discorso pubblico mainstream nell’America in guerra contro l’Iraq e l’Afghanistan. Anche in questo caso, l’ostentazione di forza e padronanza dell’individuo sovrano, armato contro l’altro e il diverso a difesa della propria identità e della propria way of life, altro non era che un sintomo della crisi dell’individuo occidentale, e segnatamente della sua incapacità di accettare l’umana condizione di vulnerabilità e interdipendenza che all’altro lo lega ontologicamente, e tanto più evidentemente nel mondo globalizzato. Sullo sfondo di entrambi i paradossi – ostentazione e crisi della sovranità statuale, ostentazione e crisi della sovranità dell’io – l’evento dell’11 settembre 2001, e i processi di de-democratizzazione e privatizzazione delle esistenze e dello Stato innescati dalla già allora trentennale egemonia neoliberale.

Erano i tempi, che oggi sembrano assai remoti ma non lo sono affatto, dell’America di George W. Bush e della sua politica di revanche sulla ferita di Ground Zero, quando ancora la vittoria elettorale di Barack Obama, maturata sei mesi dopo, sembrava improbabile e la sterzata da lui imposta al discorso pubblico americano sul piano della politica economica, della visione geostrategica e della convivenza multiculturale sembrava impensabile. Ed erano i tempi in cui la sinistra europea e i suoi intellettuali deploravano la degenerazione della democrazia americana, sicuri che mai e poi mai avrebbe contagiato e piegato il modello europeo. Venere contro Marte, stato sociale contro individualismo neoliberista, lumi della ragione contro oscurantismo neocon, stato di diritto contro Guantánamo e Patriot Act: fiumi di parole sono stati versati a sostegno di un supposto primato europeo in grado di immunizzarci dalla deriva della democrazia americana innescata dall’11 settembre. La costruzione della Ue, delle sue Carte dei diritti e delle sue Corti se non delle sue istituzioni politiche nate morte, avrebbe assicurato questo primato per il futuro.

A distanza di pochi anni si vede bene quanto fosse infondata quell’illusione. Il quadro del rapporto fra le due sponde dell’Atlantico si è ribaltato: il terrorismo internazionale ha spostato di qua il suo obiettivo e i suoi centri di arruolamento, la guerra – Libia docet, ieri e oggi – seduce più le classi dirigenti europee che quella americana, il neoliberalismo americano ha trovato nella politica economica di Obama una qualche autocorrezione mentre l’ordoliberismo tedesco detta legge in tutta Europa, la costruzione dell’Unione europea non è più né un sogno né un progetto ma un fallimento e una disfatta. E mentre gli Stati Uniti discutono sulla legge per la regolamentazione degli immigrati con toni che non arrivano mai nemmeno a sfiorare quelli di un Matteo Salvini, in Europa nessuna Carta e nessuna Corte riesce a frenare l’onda xenofoba che innalza i muri e manda a morte profughi e migranti. Non solo. Tutto il carico più atroce della storia europea precipita sulla cosiddetta “emergenza” migratoria con la ferocia ineluttabile del ritorno del rimosso: come se le tracce della tanatopolitica dello sterminio si materializzassero di nuovo nei corpi asfissiati nei tir e nelle stive, nei cadaveri dilaniati dal mare, e perfino nella razionalità tassonomica di Angela Merkel che apre le porte ai profughi siriani ma chissà perché solo a loro.

Tanto più pregnante per l’Europa di oggi appare, in questo quadro ribaltato, la duplice diagnosi di Brown e Butler (nel frattempo oggetto di due libri, rispettivamente Stati murati, sovranità in declino, Laterza, e Frames of War, Verso). Tanto più paradossale risulta l’innalzamento dei muri – di ferro spinato come in Ungheria, di forze di polizia come in Macedonia, di navi da guerra come si fantastica di fare nel Mediterraneo al largo della Libia – che vorrebbero riaffermare la sovranità statuale in un’Europa che non è stata capace di costruire né un demos né un kratos sovranazionale, dove i governi nazionali oscillano fra l’esautoramento e la rivendicazione di un potere svuotato ed è solo ed esclusivamente la sovranità della moneta a dettare legge. E tanto più paradossale suona il grido di guerra xenofobo dei Salvini, delle Le Pen e dei piccoli proprietari di piccoli privilegi al loro seguito, in un’Europa massacrata dalla crisi economica, sociale e valoriale, dove la riaffermazione dell’io sovrano o di un “noi” immunizzato dal contagio con “loro” serve solo ad armare di una finta identità l’incertezza e la precarietà, il disincanto e il cinismo dell’esistenza individuale e collettiva.

Né i ferri spinati né le polizie violente riusciranno a ristabilire quei confini che la spinta della necessità e il desiderio di libertà continueranno ad abbattere, e nessun muscolo identitario serrato a protezione dell’io o del “noi” riuscirà a evitare il contagio inevitabile, e salutare, con l’altro e con “loro”. Papa Francesco ha ragione quando dice che c’è una guerra in corso: ma purtroppo e come sempre, si tratta di una guerra fra impotenze mascherate da un fantasma di potenza. L’impotenza di un continente non più vecchio ma decrepito che non riesce a pensare il presente e ad abitarlo; di un passato coloniale che non sa come raccogliere i cocci delle tragedie seminate; di un’economia politica che non sa incrociare i dati delle migrazioni dall’esterno e all’interno dell’Unione europea (57.000 giovani italiani emigrati in Gran Bretagna solo nell’ultimo anno) e trarne qualche conseguenza sulla catena delle disuguaglianze che essa produce; di un neoliberismo che non riesce a vedere nei migranti una risorsa e non un’alluvione; di una politica che di fronte a un processo epocale e alla mutazione antropologica che inevitabilmente ne conseguirà trova solo balbettii difensivi e non una sola frase strategica; di una governance europea che ha aspettato di ritrovarsi un tir pieno di cadaveri sulla terraferma prima di accorgersi che il Mediterraneo è diventato già da anni un cimitero. Muri inutili di filo spinato e di stupidità. Quando c’è una sola cosa urgente da fare, la prendo da un post che leggo su Facebook: aprire le frontiere, i cuori e soprattutto i cervelli.

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