20 luglio 2020 16:47

Due settimane fa DeSean Jackson, un giocatore del campionato professionistico di football americano (Nfl), è finito nell’occhio del ciclone per aver pubblicato una citazione (falsa) di Adolf Hitler sul suo Instagram. Questa vicenda mi ha fatto ricordare che anch’io ho avuto un infelice “momento Hitler”.

Nel 2008 seguivo per Espn le finali del campionato di basket tra i Los Angeles Lakers e i Boston Celtics. Prima della quinta partita della serie scrissi un articolo raccontando quanto fosse triste, per me che da sempre ero tifosa dei Detroit Pistons, notare che la squadra di Boston non era più odiata come in passato. Nel tentativo di essere divertente, raccontai dell’epoca in cui i Pistons avevano dovuto sconfiggere i Celtics prima di conquistare il loro primo titolo, nel 1989, e scrissi che “tifare per i Celtics è come sostenere che Hitler fosse una vittima”.

Sono passati più di dieci anni da quando ho scritto quell’articolo, ma quando ci ripenso provo ancora un forte imbarazzo. Con le mie parole non avevo solo insultato i tifosi dei Celtics ma avevo fatto una battuta spiritosa sull’uomo che aveva organizzato il massacro di sei milioni di ebrei. Naturalmente sapevo bene cosa fosse l’olocausto, ma non avevo pensato a quale potesse essere la reazione della comunità ebraica. Questo perché, semplicemente, non era la mia comunità. Quando altre persone mi fecero notare quanto ero stata insensibile, mi sentii mortificata. Mi scusai e scrissi un intero articolo per chiedere perdono. Fui sospesa da Espn per una settimana. Fu una punizione meritata.

Triste verità
Come DeSean Jackson, anch’io sono nera. Se qualcuno avesse fatto una battuta sulla schiavitù mi sarei infuriata. Grazie a quella vicenda ho scoperto che essere consapevoli della distruzione provocata dal razzismo contro la nostra comunità non ci rende necessariamente sensibili ad altre forme di razzismo, o nel mio caso di antisemitismo. Anche gli afroamericani, a volte, sanno essere culturalmente arroganti.

Questo mi riporta a Jackson. Nel suo intervento su Instagram il giocatore dei Philadelphia Eagles, 33 anni, è andato ben oltre il mio commento frivolo su Hitler. Ha pubblicato un intero passaggio, erroneamente attribuito a Hitler, in cui si dichiara che gli ebrei bianchi “ricatteranno l’America, ma il loro piano per dominare il mondo non funzionerà se i neri avranno coscienza di sé”. Il testo, attribuito a diversi autori, arriva a dichiarare che “i neri sono i veri figli di Israele”.

Forse Jackson ha creduto che quelle parole potessero essere una fonte d’ispirazione per la comunità nera, ma resta il fatto che il messaggio è antisemita, a prescindere da chi sia l’autore. Tra l’altro non è chiaro perché Jackson abbia pensato che all’interno di un dibattito sul razzismo potesse essere costruttivo citare proprio Hitler. D’altronde Hitler, oltre agli ebrei, odiava anche i neri.

In altri interventi pubblicati più o meno contemporaneamente, Jackson ha condiviso parti di un discorso pronunciato da Louis Farrakhan, leader della Nation of Islam. Il discorso era incentrato soprattutto sugli abusi della polizia, sulla pandemia di covid-19 e sulla crescita e l’autonomia della comunità nera, ma considerando la lunga storia di antisemitismo di Farrakhan era prevedibile che le persone dubitassero dei sentimenti di Jackson (non certo l’unico nero a sostenere Farrakhan) a proposito degli ebrei.

Jackson si è scusato pubblicamente e privatamente con il proprietario dei Philadelphia Eagles, con il direttore sportivo e con l’allenatore. Ma probabilmente questo non basterà a risparmiargli una sospensione o addirittura il licenziamento.

Alcuni credono che le persone abbiano paura di criticare Jackson perché temono di danneggiare il movimento antirazzista

A prescindere dal destino di DeSean Jackson, la triste verità è che alcuni afroamericani hanno mostrato di avere un vuoto culturale nei confronti degli ebrei. Gli stereotipi nocivi e offensivi a proposito degli ebrei sono largamente accettati all’interno della comunità nera. Da bambina ricordo di aver sentito dire agli anziani della mia famiglia che gli ebrei sono consumati dall’avidità e sono “proprietari di tutto”. I miei parenti non si sono mai soffermati più di tanto sull’argomento, e dal tono non sembrava che fossero consapevoli dell’antisemitismo delle loro opinioni.

Questo, oltre a non rappresentare in alcun modo una giustificazione, non rende automaticamente la mia famiglia o altre famiglie afroamericane più o meno antisemite della media. Il punto è che il dolore provocato dalla discriminazione e dagli stereotipi non ha impedito ai miei familiari di alimentare preconcetti dannosi a proposito di un altro gruppo di persone.

Jackson non è l’unico atleta o artista afroamericano ad aver dato risonanza ai pregiudizi antisemiti negli ultimi anni. Nel 2017 l’Antidefamation league, un’organizzazione che monitora i crimini d’odio negli Stati Uniti, ha espresso preoccupazione per una canzone in cui il rapper Jay-Z dichiarava che “gli ebrei possiedono tutte le proprietà d’America”. Nel 2018 la canzone ASMR, del rapper 21 Savage, ha scatenato un putiferio a causa delle parole: “Abbiamo fatto soldi da ebrei, tutto è kosher”. Il campione di pallacanestro LeBron James ha condiviso il testo su Instagram, contribuendo ad alimentare la polemica. In seguito James si è scusato, anche se in modo piuttosto incerto: “Pensavo che quelle parole fossero un complimento”.

Gli interventi offensivi di Jackson sui social network non sono stati condannati come avrebbero meritato. Il giocatore degli Eagles è stato difeso dal compagno di squadra Malik Jackson e da Stephen Jackson, ex giocatore dell’Nba. In un momento in cui l’attenzione è comprensibilmente focalizzata sull’oppressione e gli abusi della polizia nei confronti della comunità nera, alcuni commentatori credono che le persone abbiano paura di criticare Jackson perché temono di danneggiare il movimento.

La lotta dei neri per rivendicare la propria umanità è del tutto slegata dall’errore di Jackson, ma gli afroamericani dovrebbero usare le loro esperienze di discriminazioni per rafforzare la propria empatia nei confronti degli altri. Anche nelle sue scuse, Jackson ha mostrato una scarsa consapevolezza di ciò che ha fatto. “Pubblico molte cose che ricevo”, ha dichiarato. “Non odio nessuno. Non avevo capito il senso di quel passaggio. Hitler ha provocato un dolore immenso al popolo ebraico, simile a quello patito dagli afroamericani. Dovremmo combattere insieme l’antisemitismo e il razzismo. Ho sbagliato a pubblicare quelle parole. Mi scuso per averlo fatto e per il dolore che ho causato”.

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La volontà degli afroamericani di lottare per la liberazione e l’uguaglianza non può essere imposta a scapito di altri gruppi emarginati, soprattutto in un contesto in cui i crimini d’odio contro gli ebrei sono aumentati significativamente. Nel 2019 è stato registrato un numero senza precedenti di attacchi antisemiti.

Pare che Jackson abbia contattato un rabbino di Philadelphia nel tentativo di allargare le proprie conoscenze. Il giocatore dei New England Patriots Julian Edelman, che è ebreo, si è offerto di accompagnare Jackson in visita al museo dell’olocausto. Jackson ha già incontrato un sopravvissuto dell’olocausto di 94 anni, ma farebbe bene ad accettare anche la proposta di Edelman.

Quando mi sono scusata con i miei amici ebrei per il mio commento su Hitler, loro mi hanno sostenuta, ma hanno anche voluto spiegarmi quanto fosse pericoloso ogni atto superficiale di antisemitismo. Quelle telefonate mi hanno costretta ad ammettere che avevo messo la mia esperienza personale al di sopra di quelle di altre persone che avevano un passato altrettanto doloroso.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Da sapere
Attacchi in aumento

Secondo la Lega antidiffamazione, un’organizzazione che monitora i crimini d’odio, nel 2019 negli Stati Uniti sono stati registrati 2.107 incidenti di antisemitismo. I più gravi sono stati gli attacchi in una sinagoga in California, in un negozio in New Jersey e nella casa di un rabbino a New York. È il dato peggiore da quando la Lega ha cominciato a tracciare gli attacchi antisemiti, quarant’anni fa. Secondo i dirigenti del gruppo una parte della responsabilità è del presidente Donald Trump, che si è sempre rifiutato di condannare gli atteggiamenti antisemiti.


Questo articolo è uscito sull’Atlantic.