Il quarto potere al tempo di Occupy

01 dicembre 2011 18:16

Tra tutte le cose scandalose che in questi giorni ho visto fare dalla polizia statunitense a manifestanti pacifici e a persone comuni, forse la più impressionante sono stati i maltrattamenti ai giornalisti che facevano il loro lavoro. Da quando le forze dell’ordine hanno cominciato a sgombrare gli accampamenti dei manifestanti in tutto il paese, è emerso uno schema ricorrente: gli agenti arrivano all’alba, tengono i giornalisti in “recinti” ben lontani dal luogo dell’azione e li arrestano appena disobbediscono agli ordini. I sostenitori del movimento stavano già gridando alla “censura” e insinuando che fosse stato imposto il silenzio stampa, quando il sindaco di Oakland, Jean Quan, ha ammesso in un’intervista di essersi consultato con altri sindaci su come fermare le proteste. In gioco non c’è solo la libertà di stampa, ma anche il ruolo dei mezzi d’informazione in un momento di profondo cambiamento culturale e politico.

Fino a oggi sono stati arrestati ben 26 giornalisti che seguivano il movimento Occupy. Obbligare la polizia a dar conto di quello che fa è sempre stato uno dei compiti più importanti e difficili del quarto potere, e a New York è ancora più difficile perché è il dipartimento di polizia a rilasciare i permessi ai giornalisti, che devono sottoporre quello che scrivono a un controllo preventivo.

In tutto l’occidente i giornalisti hanno imparato a essere deferenti verso le forze dell’ordine come lo sono verso l’establishment politico, ma in quest’ultimo anno i rapporti tra polizia e stampa sono stati decisamente tesi. Non molto tempo fa, andando a una qualsiasi manifestazione era facile capire chi erano i dimostranti e chi erano i giornalisti. I reporter si tenevano in disparte, erano quelli ben vestiti e con la macchina fotografica e il registratore. 

Oggi spesso i giornalisti sono anche loro ragazzi vestiti in modo informale, mescolati alla folla, che mandano tweet e scrivono blog con i loro smartphone. In altre parole, somigliano molto ai manifestanti. Molti giornalisti arrestati nell’ultimo mese negli Stati Uniti corrispondono a questa descrizione, e parecchi di quelli che sono stati maltrattati lavorano per piccole tv o giornali indipendenti o sono freelance che lavorano per siti web.

Il nuovo volto del giornalismo è emerso chiaramente nel corso delle proteste del movimento Occupy in tutto il mondo. Non solo quasi tutti gli articoli e i filmati più accurati e tempestivi sono stati prodotti da giornalisti non accreditati, e che quindi durante le manifestazioni devono temere per la propria sicurezza quanto i dimostranti (che in questi giorni sono stati picchiati a sangue dalla polizia o colpiti con spray al pepe). Molti non sono neanche giornalisti nel senso tradizionale del termine. Si tratta sempre più spesso di persone che si trovano lì, autodidatti o militanti, e che riprendono quel che succede con telefonini e fotocamere tascabili e lo scrivono su Twitter e Facebook.

Questo è l’altro problema: non solo i giornalisti somigliano sempre di più ai manifestanti, ma i manifestanti si comportano sempre di più come i giornalisti. Possono impedire a tutti i cronisti di avvicinarsi al posto in cui è in corso uno sgombero, possono arrestare tutti quelli che hanno un permesso stampa, ma ci sarà sempre qualcuno che continuerà a registrare, a pubblicare e a trasmettere più di quanto potesse immaginare di fare un reporter dieci anni fa.

La cosa più sorprendente di questa strategia repressiva è il suo palese fallimento. Gli occupanti non devono più aspettare che siano i giornalisti a trasmettere il loro messaggio. C’è da tempo una forte ostilità tra gli attivisti e i reporter delle grandi testate, quelle che gli americani chiamano mainstream media e i britannici corporate press. Questi giornalisti sono accusati di raccontare le cose in modo tendenzioso sotto una patina di “oggettività”. La diffidenza verso la polizia, l’irritazione per la faziosità dei mezzi d’informazione tradizionali e il desiderio degli attivisti di controllare le notizie che li riguardano sta provocando un profondo cambiamento nel modo in cui le proteste sono seguite e raccontate. Le persone comuni sono ormai in grado di registrare e di caricare dei filmati su internet, senza aspettare che se ne occupino dei professionisti, e la rete si muove velocemente, costringendo i mezzi d’informazione tradizionali a stare al passo.

I primi filmati della violenza della polizia contro i manifestanti di Occupy Wall street alla fine di settembre sono stati girati da un passante e caricati su YouTube. Sono stati visti da milioni di persone e hanno cambiato il modo di raccontare l’occupazione, costringendo i mezzi d’informazione tradizionali a reagire all’indignazione dell’opinione pubblica. Il controllo della situazione non è più nelle mani della polizia o dei grandi quotidiani, e molti ragazzi con il computer stanno costringendo i reporter onesti e capaci a fare meglio.

*Traduzione di Bruna Tortorella.

Internazionale, numero 926, 2 dicembre 2011*

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

La macchina del consenso di Erdoğan
Annalisa Camilli
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.