Il giornalista Mario Adinolfi sul palco del Family day, in piazza San Giovanni a Roma, il 20 giugno 2015.

Cosa si nasconde dietro la difesa della famiglia tradizionale

Il giornalista Mario Adinolfi sul palco del Family day, in piazza San Giovanni a Roma, il 20 giugno 2015.
24 giugno 2015 15:14

La piazza piena di San Giovanni, in occasione della manifestazione del 20 giugno in difesa della famiglia tradizionale, non deve trarci in inganno: il cambiamento è già avvenuto e saranno proprio i figli, per la difesa dei quali padri e madri hanno deciso di manifestare, a viverlo con minori traumi e incertezze.

Dietro le proteste per l’apertura della scuola alle tematiche riguardanti la sessualità e le differenze di genere, non c’è solo il timore di veder crollare quelli che sono stati finora i fondamenti della genitorialità e dei ruoli familiari. Ben più profonda, radicata nell’atto fondativo delle civiltà a cui ha dato vita una comunità storica di soli uomini, è l’incertezza di una posizione “virile” perennemente minacciata dallo stesso impianto sociale che dovrebbe sostenerla: un legame di interessi, amicizie, amori, ideali condivisi tra simili. L’esclusione delle donne dalla scena pubblica non ha impedito che il “femminile” continuasse ad abitare questo impianto sociale, in quanto allo stesso tempo cemento indispensabile e mina vagante all’interno di una collettività omosociale.

Le “identità di genere”, considerate destino “naturale” di un sesso e dell’altro, sono state finora il baluardo materiale e ideologico di una cultura maschile preoccupata prima di tutto della stabilità e della durata del suo dominio. Non c’è da meravigliarsi perciò se la rivoluzione delle coscienze che ha sovvertito, nell’arco di un mezzo secolo, convinzioni e abitudini ancestrali, incontra oggi la reazione agguerrita di chi vede comparire alla luce del sole ansie e fantasmi tenuti faticosamente in ombra, e mai del tutto sconfitti.

Alcuni dei partecipanti al Family day a Roma, il 20 giugno 2015.

Donne single, donne che non vogliono figli e che cercano “qualcosa per sé”, omosessuali e lesbiche, transgender e queer, a dispetto di un’educazione familiare e scolastica che ancora stentano a riconoscere il cambiamento, hanno preso cittadinanza visibile e largo consenso nella grande piazza pubblica. La “guerra”, che si poteva temere già negli anni settanta quando sono comparsi i movimenti destinati a ridefinire la politica sulla base di tutto ciò che ha confinato altrove (corpo, sessualità, maternità, divisione sessuale del lavoro, eccetera), è arrivata. Ma con la guerra è arrivata anche la prevedibile resistenza di una soggettività che si è venuta scoprendo capace di riappropriarsi di una molteplicità di manifestazioni di vita umana.

In un articolo pubblicato nel 1973 sulla rivista L’erba voglio e poi nel libro Il bambino dalle uova d’oro, Elvio Fachinelli scriveva:

Ma che cosa c’è alla radice del rifiuto dell’omosessualità maschile (giacché quella femminile propone un discorso, per ora, e per ragioni connesse alla condizione storica della donna molto diverso e meno significativo)? C’è sostanzialmente, da parte del maschio eterosessuale, la paura di perdere, nel contatto con l’omosessuale, la propria virilità, intesa qui molto profondamente come identità personale. Di fronte all’omosessuale, è come se ciascuno sentisse messa in discussione la sua posizione stessa di maschio e ciò che lo differenzia come individuo; come se quella posizione si rivelasse improvvisamente precaria, o incerta, più di quanto succede di solito. Di qui le reazioni di rifiuto e disprezzo; di qui anche i vari e ben noti comportamenti di ipervirilità aggressiva…

La manifestazione che ha richiamato a Roma un numero considerevole di famiglie intere deve giustamente preoccupare, tenuto conto che non a caso l’obiettivo polemico è la scuola, il luogo dove si confronteranno, all’interno di un comune processo formativo, bambini di sesso, condizione sociale e culturale diversa, e dove vige ancora – ma non si sa per quanto – la libertà di insegnamento garantita dalla costituzione. Il corpo a scuola è sempre stato presente, ma è rimasto finora il “sottobanco”, il “mare ribollente delle cose non dette” e che non riusciamo a nominare per lunga repressione, pregiudizi, paure inconfessabili da parte degli stessi insegnanti.

Portare l’educazione alle radici dell’umano è oggi l’intento, dichiarato o implicito, del discorso sulle identità del maschile e del femminile, e di conseguenza sui rapporti ambigui di amore, potere e violenza su cui si sono costruiti. Una materia enorme di esperienza, consegnata finora al chiuso delle case e delle relazioni parentali, esce allo scoperto, il “fuori tema” della cultura e della storia trasmessa finora dalle discipline scolastiche diventa “il tema”.

Espropriata di quello che ha considerato un suo inalienabile appannaggio, la famiglia tradizionale si “arma”, ma è costretta a farlo contro se stessa, contro i cedimenti che avverte al proprio interno, nei rapporti di coppia, nelle inclinazioni sessuali dei propri figli, nella libertà a cui le donne sono sempre meno disposte a rinunciare. Come tutte le guerre, reali o simboliche, farà nascere conflitti, lascerà ferite, ma ci sono acquisizioni della coscienza da cui non si torna indietro.

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