11 gennaio 2007 16:12

Domanda: chi racconta la vostra storia? Vi do un indizio: non siete voi. Voi siete gli autori ma, a meno che non stiate scrivendo un volume di memorie, non siete i narratori. Il narratore, infatti, è un personaggio all’interno del libro con una sua opinione su quello

che accade. Il lettore vede l’azione attraverso i suoi occhi: si tratta quindi di una visione distorta perché il narratore tira sempre l’acqua al suo mulino.

Esistono tre tipi di narratori: quello in prima persona, quello in terza soggettiva e quello in terza onnisciente.

La prima persona, quella che dice “io”, spesso la scelgono gli esordienti perché offre molti vantaggi: permette di esprimere pensieri e riflessioni con una certa facilità, e per dare un tono alla narrazione basta ricorrere a parole particolari o giri di frase. È un po’ come fare i ventriloqui. Ma ha anche degli svantaggi: variare il punto di vista è complicato (a meno che il narratore non stia leggendo le lettere o i diari di qualcun altro) e si corre il rischio di risultare monotoni.

L’estrema facilità con cui si scrive in prima persona implica dei pericoli: se fate parlare troppo il narratore, finite per scrivere pagine e pagine di lagne intimistiche che potrebbero risultare noiose come quei seccatori che ti attaccano bottone al pub.

La narrazione in terza persona soggettiva di solito ha un tono molto simile a quella in prima. Si usa “lui” o “lei” al posto di “io” ma si continua a guardare il mondo attraverso gli occhi di un unico individuo. È più facile usare diversi narratori e scambiare e sostituire i punti di vista, però bisogna stare attenti a non esagerare per non irritare il lettore.

Può darsi che voi conosciate già bene i vostri personaggi, ma agli occhi di chi legge sono praticamente degli estranei. Ogni volta che cambiate punto di vista dovete far entrare il lettore nella vita della persona che si è appena messa a parlare, mentre magari lui era tutto preso dal personaggio precedente.

Il narratore onnisciente in terza persona è un altro paio di maniche. I romanzi ottocenteschi ne sono pieni: voci che raccontano la storia come divinità che dall’alto vedono tutto. Scegliere un narratore onnisciente permette di spostarsi senza problemi da un punto di vista a un altro. “E adesso torniamo da Maurice che aspetta Helena da due ore pur non sapendo che intanto…”: come potete notare, il tono di un narratore onnisciente ha spesso un che di malizioso.

Detto francamente, a meno che non stiate scrivendo un pastiche è meglio scegliere la prima persona o la terza soggettiva che, con i suoi molteplici punti di vista, spesso offre la stessa varietà del narratore onnisciente, senza tuttavia suonare così ingessata.

Il punto di vista della narrazione è una questione delicata. L’unico modo per risolverla è procedere per tentativi: il metodo migliore è scrivere capitoli interi in prima persona e poi in terza, e quindi valutare attentamente quale dei due funziona meglio.

Molti libri hanno, ovviamente, più di un narratore, ed è divertente raccontare lo stesso incidente con occhi differenti, giocando con le simpatie del lettore.

Il mio ultimo libro è raccontato alternativamente da due donne che si odiano. L’idea è che il lettore stia dalla parte della prima quando legge la sua versione, mentre cambia parere non appena passa al racconto dell’altra. Il romanzo Small island di Andrea Levy ha quattro narratori che si coalizzano tra loro. In altri casi ci sono più narratori che non s’incontrano nemmeno. Per esempio, The dark room di Rachel Seiffert racchiude tre storie del tutto diverse con narratori diversi, legate unicamente dal tema. Il problema, quando si usano più narratori, è che il lettore potrebbe sempre preferirne uno.

Vi consiglio inoltre di non mescolare la prima e la terza persona: molti lo fanno (anch’io, mea culpa, nel secondo e nel terzo dei miei romanzi), ma ormai tendo a considerarlo un segno di insicurezza: ho il sospetto, infatti, che sia tipico di quegli autori che non sanno decidersi e scelgono di mescolare gli stili, nella speranza che il risultato sappia di postmoderno. Per fare una scelta del genere, invece, bisogna avere una ragione solidissima. Altrimenti non ve la caverete così facilmente: i lettori non sono un branco di cretini.

La prossima settimana darò un’occhiata alle vostre versioni in prima e in terza persona e ne esamineremo i relativi pregi.

Internazionale, numero 675, 11 gennaio 2007