09 gennaio 2011 11:48

Edén Pastora, anche noto come Comandante Zero, è un ex guerrigliero sandinista, poi ex guerrigliero dei Contras finanziati dalla Cia e oggi uomo di fiducia del redivivo presidente nicaraguense Daniel Ortega.

L’8 ottobre 2010 Pastora ha cominciato a dragare il fiume San Juan alla frontiera con la Costa Rica e poi ha compiuto un’incursione militare sull’isola Calero, in territorio costaricano, dove i suoi uomini hanno abbattuto un bosco e piantato la loro bandiera. In realtà il Nicaragua ha sempre avuto problemi di frontiera con la Costa Rica, come oggi li ha con la Colombia e l’Honduras.

In teoria la questione era stata risolta da una sentenza della Corte internazionale di giustizia dell’Aja del luglio 2009 che attribuiva la sovranità sul letto del fiume San Juan al Nicaragua, stabilendo però che gli interventi sul fiume non avrebbero danneggiare l’ecosistema della Costa Rica.

Google maps ha complicato la questione, attribuendo una parte del territorio della Costa Rica al Nicaragua, anche se l’azienda si è affrettata a correggere il suo errore e ha sconsigliato di cominciare una guerra in difesa delle frontiere di Google. Ma in questo caso una guerra non ci poteva essere. Perché la Costa Rica, un paese di 4,7 milioni di abitanti, ha sciolto l’esercito dopo la guerra civile del 1948 e non l’ha mai più ricostituito.

Senza difesa

È l’unico paese al mondo (oltre a qualche minuscolo principato) a non avere delle forze armate ma solo una polizia, peraltro mal equipaggiata. La demilitarizzazione della Costa Rica è stata fondamentale per lo sviluppo economico e sociale del paese. È una democrazia dal 1948, ha investito nel welfare e ha un sistema sanitario e scolastico gratuito e universale. È anche il paese più sviluppato dell’America Centrale (e della parte alta dell’America Latina) con un’economia moderna e un turismo ecologico che ha fatto della tutela della natura una buona fonte di introiti. Non avendo esercito, la Costa Rica si è specializzato nella diplomazia ed è diventato un territorio neutrale in una delle aree più violente del pianeta.

Il problema è che non tutti sono così pacifici. Nel 1955, per esempio, l’ex presidente costaricano Calderón tentò di invadere la Costa Rica dal Nicaragua con l’aiuto del dittatore Somoza, e San José fu bombardata dagli aerei nicaraguensi. L’immediata formazione di milizie popolari e le pressioni internazionali frenarono l’invasione. I tamburi di guerra tornarono a farsi sentire alla frontiera durante la rivoluzione e la controrivoluzione nicaraguense, un conflitto in cui migliaia di costaricani, con la tolleranza del loro governo, appoggiarono i sandinisti di Daniel Ortega e accolsero i rifugiati.

Ma torniamo al fiume San Juan. Il punto è che il Nicaragua vuole dragarlo (con i soldi di Chávez) per costruire un ipotetico canale. Fino a che questo non danneggia la Costa Rica i nicaraguensi hanno il diritto di farlo, come ammettono gli stessi costaricani. Ma di fronte all’occupazione del suo territorio la Costa Rica si è rivolto all’Organizzazione degli stati americani (Osa) che con 22 voti a favore e due contrari ha chiesto il ritiro delle forze militari e un negoziato diretto tra i presidenti. La Costa Rica ha accettato, il Nicaragua invece ha respinto la proposta e ha portato il conflitto all’Aja mantenendo nel frattempo l’occupazione.

Ortega e il potere

La ragione è banale. Ortega vuole rimanere al potere. Dopo essere arrivato alla presidenza alleandosi con la destra corrotta di Arnoldo Alemán, avendogli lasciato in cambio la possibilità di continuare a depredare il settore pubblico, ha commesso dei brogli nelle elezioni comunali del 2008, ha destituito i magistrati non corruttibili, ha nominato una corte di giustizia e un consiglio elettorale compiacenti e ha cambiato la legge per potersi ricandidare nel 2011.

Come ha scritto il giornalista nicaraguense Francisco Javier Gutiérrez su La Prensa di Managua il 18 novembre: “Nel conflitto con la Costa Rica per il dragaggio del fiume San Juan, Daniel Ortega mente per distrarre l’opinione pubblica dai veri problemi nazionali, ottenendo una facciata di legittimità per la sua nefasta presidenza”. Quali problemi nazionali? Una corruzione galoppante, una crisi economica che ha spinto centinaia di migliaia di nicaraguensi a emigrare (400mila sono andati a vivere proprio in Costa Rica), un regime sostenuto dalle donazioni del Venezuela e la persecuzione dell’opposizione democratica e dei giornalisti indipendenti.

Il modo più facile per unire il paese è una mobilitazione nazionalista contro l’indifesa Costa Rica. Intanto si delegittima anche l’Osa per impedirle di mandare degli osservatori alle elezioni del 2011, aprendo la strada ad altri brogli.

Probabilmente, dopo aver ottenuto un tornaconto politico dall’incidente, le truppe nicaraguensi si ritireranno. Ma scrivere tutto ciò mi intristisce molto. Ho diretto il programma di assistenza tecnica di Berkeley che ha formato i primi sindaci sandinisti, ho organizzato comitati di solidarietà con il sandinismo e sostenuto la sua rivoluzione. Ma da tempo ormai abbiamo imparato che il miglior modo per difendere una rivoluzione sociale è denunciarla quando divora i suoi figli e abusa delle sue figlie.

*Traduzione di Sara Bani.

Internazionale, numero 879, 7 gennaio 2011*