30 ottobre 2011 10:00

Il 15 ottobre del 2011 è stato un giorno di svolta per i movimenti nell’era di internet. Centinaia di migliaia di persone hanno manifestato in più di mille città di 82 paesi rispondendo a un appello lanciato inizialmente da un gruppo su Facebook. L’iniziativa è nata a settembre a Barcellona durante una riunione delle reti di attivisti che hanno convocato la manifestazione internazionale del 15 ottobre con lo slogan #unitedforglobalchange. I manifestanti criticavano il capitalismo finanziario che ha scatenato la crisi e i governi che sembrano essere al suo servizio. Non sono emersi dei leader e non sono nati dei comitati di direzione, solo assemblee e reti locali collegate in reti globali.

Dopo le rivoluzioni arabe, le rivolte in Grecia, gli indignati in Spagna e in Europa, la mobilitazione contro il governo israeliano e la rapida diffusione delle occupazioni e delle manifestazioni in centinaia di città degli Stati Uniti, la convergenza delle proposte del 15 ottobre è stata un segnale del carattere globale del movimento. Ma ogni protesta locale è stata caratterizzata dalle sue rivendicazioni. A Barcellona un’assemblea ha proposto di passare “dall’indignazione all’azione” con lo slogan “Le nostre vite o i vostri utili”.

A Madrid e altrove gli slogan sono stati diversi. Il sito web degli accampati di New York ha reso esplicito il collegamento tra i movimenti: “Da piazza Tahir a Times square”. Il punto è che non c’è bisogno di leader perché un’iniziativa su internet si diffonda, e chiunque può unirsi e aggiungere farina del suo sacco. Se ci fosse un comitato direttivo globale, solo piccoli gruppi di militanti parteciperebbero: oggi possiamo parlare di un nuovo movimento globale proprio perché non c’è una leadership o un’ideologia unica e perché internet è una piattaforma flessibile per diffondere le iniziative, discutere le idee e coordinare le azioni.

È un movimento in continua metamorfosi che non può essere etichettato da un punto di vista politico o ideologico. Partecipano persone di età e opinioni molto eterogenee che sono indignate per motivi diversi, ma che concordano sul fatto di non avere fiducia negli attuali metodi di rappresentanza politica. Ecco perché intellettuali e leader politici annunciano ogni giorno la fine di questi movimenti anche se in realtà i partecipanti aumentano. Oppure, dopo aver ammesso a denti stretti la loro forza, li liquidano con disprezzo perché non ottengono risultati concreti, perché non si organizzano intorno a un progetto. Sono atteggiamenti che mostrano una scarsa conoscenza della storia dei movimenti sociali.

Questi movimenti hanno effetti politici spesso importanti, ma non sono politici nel senso tradizionale del termine, non conquistano il potere. I movimenti cambiano la mentalità delle persone e i valori della società, sono fonti di creazione e di cambiamento sociale. I partiti lavorano su quello che succede per gestire le istituzioni che reggono la vita sociale. Quando le istituzioni funzionano bene, sembra che il potere sia dei partiti e che tutto dipenda dai risultati elettorali. Ma quando aumenta la distanza tra i rappresentanti e i rappresentati, quando il modello economico, ambientale, previdenziale o di vita entra in crisi, allora i movimenti diventano una fonte di rinnovamento, l’unico antidoto contro la sclerosi di una politica sottomessa alle forze irrazionali del mercato e a quelle razionali dell’avidità.

Ma (dicono alcuni) tutta questa energia deve essere canalizzata in una scelta politica. Non sempre. Ci sono ritmi diversi per passare dal sociale al politico: più lenti nei periodi di stabilità, più veloci in quelli di crisi. Per questo le crisi a volte portano a compiere scelte demagogiche e a seguire leader populisti, paladini della xenofobia e avventurieri della violenza. Ma fanno nascere anche modi di approfondire la democrazia che cambiano gradualmente le regole del gioco.

In alcuni casi i partiti si disintegrano e la classe politica è cacciata in malo modo per essere gradualmente rimpiazzata da nuovi protagonisti impensabili fino a poco prima (ambientalisti, pirati, alleanze elettorali basate su princìpi democratici come il controllo delle banche o la riforma elettorale o in difesa dei diritti sociali come la salute, l’istruzione, la casa), in contrasto con i partiti che dicono di difendere gli interessi generali ma che pensano solo ai loro. I metodi di trasformazione politica sono vari e cambiano da contesto a contesto. Richiedono mobilitazione e tempo e funzionano solo se restano ai margini del sistema politico per obbligarlo a cambiare: svuotandolo di voti fino alla comparsa di opzioni valide, imponendo un controllo della gestione della cosa pubblica e usando la disobbedienza civile per contrastare le scelte contrarie ai programmi votati.

Non è vero che l’unica possibilità è votare per gli uni o per gli altri. È anche possibile pensare e imporre riforme politiche per garantire la partecipazione dei cittadini alle decisioni concrete, a prescindere da chi è al governo. Quanto più funzionerà la democrazia partecipativa, più efficace sarà la democrazia rappresentativa. Un’altra politica è possibile. Ma prenderà forma solo dopo un periodo di indignazione e azione.

*Traduzione di Sara Bani.

Internazionale, numero 921, 28 ottobre 2011*