L’inchiesta sulle tangenti a Ischia

Il sindaco di Ischia, Giuseppe Ferrandino, del Parito democratico, è stato arrestato insieme ad altre sette persone nell’ambito di un’inchiesta sulle opere di metanizzazione che hanno interessato i comuni di Ischia, Lacco Ameno e Casamicciola

Il grande affare del metano a Ischia

03 aprile 2015 12:33
Il pubblico ministero John Woodcock al palazzo di giustizia di Napoli, 10 marzo 2015. (Ciro Fusco, Ansa)

“Il metano ci dà una mano”, recitava con sottofondo di musichetta suadente uno spot degli anni ottanta. La “metanizzazione” della penisola, in piena crisi petrolifera, era stata avviata sotto il governo di Arnaldo Forlani, con la legge 784 del 28 novembre 1980. E la decisione di portare il metano nelle case degli italiani fu accompagnata da una potente campagna pubblicitaria, con il contributo poetico dell’omino blu dell’artista Jean-Michel Folon.

Spenti i riflettori e la poesia, trentacinque anni dopo scopriamo che la corsa per accaparrarsi gli ultimi scampoli di quella rete non è ancora finita, che lo stato è tornato a stanziare altri 140 milioni (nella finanziaria del 2014) per completare l’opera rimasta incompiuta come quasi tutte le grandi opere in Italia, nonostante gli oltre due miliardi di euro investiti dal 1980 al 2007, e che qualcuno ha fatto di tutto per mettere le mani sugli appalti, facendosi largo a colpi di mazzette e favori.

A raccontarci la fine di questa storia italiana è l’inchiesta della procura di Napoli condotta dal pubblico ministero John Woodcock sugli appalti per la “metanizzazione” di Ischia, che il 30 marzo 2015 ha portato all’arresto del sindaco di Ischia Giuseppe Ferrandino, esponente di spicco del Partito democratico campano, di suo fratello, Massimo, e di alcuni uomini della Cpl Concordia, una delle più antiche cooperative rosse del modenese, fondata nel 1999 a Concordia sulla Secchia. Nove in tutto gli arresti.

Qualcuno ha fatto di tutto per mettere le mani sugli appalti, facendosi largo a colpi di mazzette e favori

In carcere è finito anche l’ex presidente della cooperativa, Roberto Casari, già indagato per concorso esterno in associazione mafiosa per gli appalti di metanizzazione ottenuti nel casertano e per i rapporti con il clan dei Casalesi, ininterrottamente a capo della coop modenese dal 1976, quando da semplice tecnico termolettricista ne divenne guida a soli 22 anni, fino al 2014, quando ormai l’antica cooperativa di Concordia è diventata un colosso da 1.800 dipendenti. E quando al primo impianto a metano realizzato a Castelfranco Emilia nel 1964 ne ha aggiunti altri 199, realizzati in tutta Italia. Una parabola niente male la sua, che Giorgio Meletti paragona a quella degli oligarchi russi.

I rapporti con la camorra

Sull’ultimo tratto di quella parabola la procura di Napoli ha alzato il velo. I reati ipotizzati nei confronti degli arrestati vanno dall’associazione a delinquere alla corruzione, dal riciclaggio alla turbata libertà degli incanti, fino all’emissione di fatture per operazioni inesistenti.

Al centro dell’inchiesta i lavori per la metanizzazione di Ischia appaltati alla Cpl Concordia, un affare da circa 18 milioni di euro. Ma sullo sfondo, ci sono anche i lavori effettuati dalla stessa cooperativa modenese nella provincia di Salerno e in quella di Caserta. E i possibili rapporti con la camorra. Uno dei capitoli più pesanti dell’inchiesta.

Da una parte gli uomini della cooperativa modenese si adoperano per ottenere la certificazione antimafia, grazie a un collaboratore del prefetto di Modena. Dall’altra si preoccupano delle possibili rivelazioni del boss Antonio Iovine: “Dovete querelarlo a quello”. In effetti Iovine quando si decide e parlare, racconta anche di loro. Degli appalti vinti dalla cooperativa per portare il metano nei comuni del casertano (“Eravamo noi a stabilire quali dovessero essere i subappaltatori”, dice Iovine). E dei rapporti stabiliti con la Concordia tramite un imprenditore legato al clan dal boss Michele Zagaria, che, secondo Iovine, avrebbe addirittura rilevato quote della cooperativa attraverso dei prestanome.

I finanziamenti a pioggia

In attesa di riscontri anche su questo punto, l’ordinanza con cui la giudice Amelia Primavera ha disposto i primi arresti si dilunga su Ischia e mette a fuoco una presunta tangente con cui la Cpl Concordia si sarebbe assicurata i favori del sindaco Giuseppe Ferrandino: 165mila l’anno versati all’albergo di famiglia nel 2013 e nel 2014.

Non ci sono altri politici arrestati e ufficialmente neppure raggiunti da avviso di garanzia, ma l’ordinanza e le oltre diecimila pagine di indagini allegate sono disseminate di omissis e di nomi eccellenti, sia pure non indagati.

A cominciare dall’ex leader dei Democratici di sinistra (Ds), Massimo D’Alema. La sua fondazione Italianieuropei riceve diversi bonifici, ma la Cpl versa ventimila euro anche alla Intelligence cultural and strategic analysis fondata dal sottosegretario con delega ai servizi segreti, Marco Minniti.

D’altra parte, la cooperativa modenese finanzia tutti, come documentano gli atti allegati all’inchiesta. Semina contributi elettorali per il tesoriere degli ex Democratici di sinistra Ugo Sposetti, per il comitato di Ignazio Marino, futuro sindaco della capitale, per la lista civica di Nicola Zingaretti, attuale presidente della regione Lazio, per le cene di finanziamento volute da Matteo Renzi.

Seguono i contributi di solidarietà: per la terremotata Carpi, per un progetto a Cernobyl, per la beatificazione di Giovanni Paolo II. Anche nei brogliacci delle intercettazioni finisce di tutto. Perfino Silvio Berlusconi. Al telefono con Amedeo Labocetta, ex parlamentare di Alleanza nazionale, “dice che i giudici, anche su ordine del capo dello stato aspettano soltanto un suo passo falso per avere la scusa ed arrestarlo”.

Ma questo c’entra poco con l’inchiesta che invece punta a ricostruire la vasta rete di relazioni tessuta dalla Cpl Concordia per avanzare nella metanizzazione. Una rete che sarebbe arrivata anche al generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi (che smentisce il contatto) e fino al governo Renzi.

Il sottosegretario sblocca-fondi

Partiamo da qui, allora. Bisogna tornare alla fine del 2013. I fondi stanziati a partire dal 1980 sono finiti da tempo. Si tratta di più di due miliardi di euro stanziati per portare il metano in tutta la penisola. Opera incompiuta, dicevamo: ci sono ancora 96 comuni esclusi. E così parte il pressing perché il ministero dell’economia stanzi nuovi finanziamenti per completare la rete. Alla fine, nell’ultima finanziaria dell’esecutivo guidato da Enrico Letta, spuntano 140 milioni, distribuiti in sette anni, per completare le opere di “metanizzazione” al sud.

In un’email citata nell’ordinanza, uno degli arrestati, Francesco Simone, l’uomo che cura le relazioni istituzionali della Cpl Concordia, descrive il ruolo che secondo lui avrebbe avuto nella vicenda l’attuale sottosegretaria allo sviluppo economico Simona Vicari, del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano. Vicari – sintetizza la giudice Primavera – “si sarebbe impegnata con loro e su loro indicazione avrebbe fatto assegnare 140 milioni al completamento delle opere di metanizzazione, di cui beneficerà anche la Cpl”.

Preferisco dare venticinquemila euro a Italianieuropei di D’Alema che sta per diventare commissario europeo…

“Non ho mai parlato con Simone né con gli altri arrestati”, replica la sottosegretaria, già sindaco di Cefalù, comune metanizzato. I solleciti a finanziare nuove opere di “metanizzazione” – spiega la sottosegretaria, che non è indagata – li ha ricevuti “dai comuni non dalla Cpl”. L’operazione comunque è andata in porto. E, come ricostruisce Marco Palombi sul Fatto Quotidiano, a gennaio 2015, in pieno governo Renzi, arriva anche la delibera del Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, con l’ok al finanziamento di venti milioni l’anno, dal 2014 al 2020. A quella riunione, secondo il Fatto, c’era anche il sottosegretario Luca Lotti.

Con le mani nella merda

C’è una intercettazione che secondo i magistrati contiene la chiave per capire come si muove la cooperativa modenese. Ed è la stessa in cui viene nominato anche il presidente della fondazione Italianieuropei, Massimo D’Alema.

È l’11 marzo 2014 e proprio Francesco Simone, l’uomo che si occupa delle relazioni istituzionali per la Cpl Concordia, parla con un manager della cooperativa, Nicola Verrini, responsabile commerciale dell’area Tirreno (anche lui arrestato). I due dividono i politici in “quelli che mettono le mani nella merda e quelli che non lo fanno”. Chissà se da qualche parte esiste la lista completa, ma certo Simone si sente di rassicurare il suo interlocutore: “D’Alema mette le mani nella merda come ha già fatto con noi, ci ha dato delle cose”. Simone è uno esplicito: “Preferisco dare venticinquemila euro a Italianieuropei di D’Alema che sta per diventare commissario europeo…”.

Furibonda la replica di D’Alema: “La giustizia ha il compito di individuare i reati, non deve avere come fine lo sputtanamento delle persone”, ha dichiarato, a caldo: “Non sono indagato. Di cosa devo rispondere? Della mia vita personale?”. Per poi passare a invocare vigilanza da parte del Consiglio superiore della magistratura. In un crescendo di minacce di querele, fino allo scontro con l’inviato di Virus, la trasmissione di Nicola Porro.

L’utile e il dilettevole

Torniamo però all’inchiesta. In tutto tra soldi alla fondazione Italianieuropei e altre spese si arrivano a contare circa 87mila euro pagati a vario titolo dalla Cpl.

In particolare, si parla di tre bonifici da ventimila euro da parte della Cpl Concordia alla fondazione di Massimo D’Alema. Più un quarto bonifico da 4.800 euro per l’acquisto di cinquecento copie del libro scritto da D’Alema in vista delle ultime europee: Non solo euro. L’acquisto di libri, precisa Simone, è una “eccezione” per la Cpl Concordia. Ma agli atti ci sono anche le fatture di due libri dell’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti per un totale di quasi 12mila euro. Quindi forse proprio un’eccezione non era.

Comunque il 21 marzo 2014 a Simone squilla il telefono. È una dipendente della fondazione dalemiana: “Allora la chiamavo a proposito della richiesta di acquisto di cinquecento copie del libro”. “Fa piacere al presidente, spero…”, le risponde Simone. “Sì, sì… molto piacere”, lo rassicura dall’altro capo del telefono la donna. I due parlano anche dell’acquisto di alcune bottiglie prodotte dalla moglie di D’Alema, Linda Giuva. “Volevamo fare una iniziativa di presentazione del vino suo”, spiega Simone, che dice di voler unire l’utile al dilettevole e prepara per maggio “un fine settimana a Ischia per presentare il libro” dell’ex leader, ma anche, “a latere senza ovviamente nessuna evidenza pubblica”, dei vini prodotti nella cantina di famiglia, La Madeleine, a Narni, in Umbria.

Vini ottimi, pare. Addirittura “politicamente corretti”, secondo un reportage pubblicato dal Corriere della Sera ad aprile dello scorso anno. La Cpl decide di acquistarne un bel po’: mille bottiglie di spumante più altre mille di vino rosso per un totale di 22.500 euro. “Fu Massimo D’Alema, in occasione di un incontro casuale tra me, lui, il suo autista e il presidente Casari, a proporre l’acquisto dei suoi vini”, ha spiegato agli inquirenti l’uomo delle pubbliche relazioni della Cpl. “Nel particolare non mi ricordo. Ma in generale consiglio a tutti di comprare il nostro vino. Spero non sia un reato grave…”, dice la replica sarcastica dell’ex presidente del consiglio, che ricorda per altro di essere ormai un privato cittadino, senza incarichi istituzionali o politici.

Alla fine la presentazione del libro di D’Alema si fa, l’11 maggio a Ischia. Annotano gli inquirenti: “Rappresenta un evento importante per la campagna elettorale di Giuseppe Ferrandino”, il sindaco di Ischia, candidato alle elezioni europee nella lista del Partito democratico. E si fa anche la presentazione dei vini della Madeleine ai ristoratori e albergatori dell’isola. Luogo scelto: l’hotel Le Querce della famiglia Ferrandino.

“Punta in alto, Giosi!”

“Giosi, punta in alto!”, gli consiglia un’amica in un’intercettazione di fine gennaio 2014. E in alto Giuseppe Ferrandino, detto Giosi, regista delle larghe intese ischitane, eletto a febbraio scorso presidente dell’Associazione dei comuni campani, ha puntato davvero. È lui il protagonista dell’inchiesta, almeno fin qui.

Nato nel 1963, già primo cittadino nella vicina Casamicciola insieme a Forza Italia, Ferrandino, che si iscrive prima alla Margherita e poi al Pd, nel 2007 diventa sindaco di Ischia, nel 2009 è eletto consigliere provinciale e nella primavera del 2014 arriva a un passo dal parlamento europeo: con 82.266 voti nella lista Sud del Partito democratico è primo dei non eletti. Grazie anche all’aiuto degli amici della Cpl Concordia che si adoperano per la sua campagna elettorale. E non solo. A quel “Giosi, punta in alto” Ferrandino infatti – annotano i magistrati – risponde spiegando che i voti li deve prendere in Campania e che deve parlare con Luca Lotti, il fedelissimo di Renzi, sottosegretario alla presidenza del consiglio.

Dal 2007 ininterrottamente sindaco di Ischia fino alla lettera di dimissioni spedita dal carcere martedì scorso, Ferrandino viene descritto nell’ordinanza come “un factotum al soldo della Cpl”. Uno che avrebbe “asservito totalmente” la propria carica pubblica “agli interessi della Cpl Concordia”, che punta agli appalti per la metanizzazione di tutta l’isola: “A lui i dirigenti della cooperativa si rivolgevano per ottenere (e anche in tempi brevi) tutti gli atti e le delibere di competenza del Comune di Ischia attinenti le opere legate alla metanizzazione ormai in dirittura di arrivo”.

Agli atti dell’inchiesta c’è una convenzione stipulata dalla Cpl con l’hotel Le Querce, l’albergo della famiglia Ferrandino: 165mila euro l’anno per due anni consecutivi (2013 e 2014) per avere sette camere riservate sia per la stagione estiva (tranne il periodo dal 10 al 24 agosto) che per il capodanno, con la “formula vuoto per pieno” e utilizzate solo in minima parte.

È su questi soldi che puntano l’attenzione i magistrati partenopei. E sul contratto di consulenza che la Cpl fa al fratello del sindaco, Massimo Ferrandino, undici anni più giovane di lui. “Per essere sincero, mi risulta che non sappia nulla e nulla capisca della materia di cui abitualmente si occupa la Cpl”, risponde agli inquirenti l’ingegner Giulio Lancia, dirigente della cooperativa.

Nell’inchiesta si parla anche di altre raccomandazioni: “Ma vuoi sapere come la penso io? Se non assumete a nessuno io sono più contento, ti ho detto tutto, ma non sia mai viene assunto uno che non ho detto io, perché crocefiggeranno [poco comprensibile] comunque a me…”, spiega ai suoi interlocutori modenesi il sindaco. Soldi, assunzioni. Un viaggio in Tunisia che la Cpl avrebbe pagato a Ferrandino. E voti.

Voti in cambio di favori

Di voti si parla molto nelle pagine dell’inchiesta condotta da Woodcock. Voti offerti, voti procacciati. E anche voti in cambio di favori. Le indagini – annotano gli investigatori nelle informative allegate all’ordinanza – “hanno evidenziato come Francesco Simone abbia costruito un assetto associativo ad una complessa rete di relazioni interpersonali con esponenti di rilievo del mondo imprenditoriale e politico che utilizza d’intesa con i vertici della predetta società, anche attraverso il voto politico di scambio, come strumento attraverso il quale perseguire ingiusti profitti, turbando la libertà degli incanti e più in generale l’assegnazione di appalti attraverso un articolato sistema corruttivo alimentato da un circuito finanziario ‘opaco’ localizzato in Tunisia che consente di disporre di somme di denaro ‘in nero’ ad hoc destinate”.

Il salvadanaio tunisino

C’è persino una società tunisina, la Tunita, che secondo i magistrati era “il salvadanaio a disposizione della Cpl”. L’aveva costituita Simone, intercettato mentre di rientro dalla Tunisia progetta di nascondere i soldi nel passeggino della figlia. L’ipotesi della procura è che da quel salvadanaio vengano i soldi utilizzati “prevalentemente per pagare tangenti a pubblici ufficiali”.

I vertici della cooperativa modenese fanno sapere che Francesco Simone “non è mai stato dipendente della cooperativa”, ma “ha svolto esclusivamente in passato una attività di consulenza”. I magistrati annotano a quanto ammontava il suo “contratto di procacciamento d’affari”: quindicimila euro al mese. Mentre l’ormai ex sindaco di Ischia Ferrandino, interrogato dagli inquirenti, ha risposto che non ha compiuto nessun atto contrario ai suoi doveri, non è mai stato in Tunisia, non aveva rapporti con l’albergo della famiglia e ha saputo solo a cose fatte che il fratello aveva ricevuto un incarico di consulenza presso la cooperativa.

Tutto da vedere dove andrà a parare l’inchiesta di Woodcock. Nelle intercettazioni si parla anche di un appalto ospedaliero a Melegnano, di un tale Robertino, che ha allacciato i “rapporti con i legisti” e vuole “trenta zucche”. E dell’imprenditore Angelo Proietti, di cui Simone vanta la conoscenza (“Il novanta per cento dei lavori che fanno al Vaticano, li fa lui”). In attesa di ulteriori approfondimenti, le pagine delle indagini condotte sul campo dal colonnello dei carabinieri Sergio De Caprio (il capitano “Ultimo”, che nel 1993 arrestò il capo di Cosa Nostra Totò Riina) per ora restano piene di “omissis” e di cose da chiarire.

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