La fame di domani

02 gennaio 2015 15:11

Il cigolio di lamiera della ruota sinistra, lo scricchiolio delle giunture di legno che non combaciano, gli sbuffi dei buoi, le scorregge dei buoi, le grida e i fischi e gli schiocchi del ragazzo sul carretto, l’urto delle redini sul dorso dei buoi: un mondo di suoni che finora non conoscevo. Il carro procede lento sulla strada sterrata e sconnessa, mi scuote a ogni passo.

È mezzogiorno e il sole è a picco. Nella regione di Marovoay, nel nord del Madagascar, cerco storie sulla fame di domani: le appropriazioni di terre in Africa sono la principale minaccia per l’alimentazione di un continente già abbastanza denutrito. Quasi un terzo degli 870 milioni di affamati del mondo vive nell’Africa nera, e secondo Oxfam negli ultimi dieci anni le aziende e i paesi stranieri hanno messo le mani su più di mezzo milione di chilometri quadrati africani: una superficie grande quanto la Spagna.

Poco tempo fa un’azienda britannica ha ricevuto dal governo malgascio 30mila ettari che erano sempre stati usati dai pastori di zebù. La zona è già sul piede di guerra: ci sono stati scontri, sparatorie, incendi.

Ma adesso, sul carretto, il ragazzo e il suo robusto accompagnatore non fanno che parlare. Sembrano strani. Tatá, il mio interprete, mi spiega sottovoce che hanno paura, si chiedono perché hanno accettato di portarmi, temono che li rubi: perché i bianchi a volte rubano un uomo, una donna, un bambino, che poi non ricompaiono più.

“Come?”.

“Sì, qui tutti sanno che i bianchi a volte rubano qualcuno per prendergli gli organi, per sacrificarlo. Quando l’azienda è arrivata qui ha sacrificato un uomo per assicurarsi dei buoni raccolti. Non lo sapevi?”, mi chiede Tatá. Gli chiedo come fa a saperlo.

“Qui tutti sanno tutto. Stanno parlando di questo, hanno molta paura”.

Adesso sono io ad avere paura. Glielo dico: “Spero che non la prendano sul serio e non reagiscano male”.

“Non ti preoccupare”, risponde Tatá, e poi mi spiega: “Loro credono che tu abbia un potere speciale, che non possono farti niente. Sperano solo che tu non voglia mangiarteli, che tu sia davvero qui per quello che dici”.

Alcuni giorni dopo mi hanno spiegato che i primi missionari cristiani giunti sull’isola parlarono di “conquistare il cuore dei malgasci”, e che questa dichiarazione teoricamente di amore cristiano fu usata dai sacerdoti locali per convincere i loro fedeli che quegli uomini gli avrebbero rubato, insieme a tutto il resto, anche le viscere. Da allora sopravvive l’idea che i bianchi siano ladri di organi, e le madri malgasce continuano ancora a minacciare i bambini che si comportano male di chiamare l’uomo bianco, che gli porterà via un rene o qualche altro organo. Parliamo, quando possiamo, dello scontro di culture. O dei malintesi che contribuiscono alla spoliazione.

Ho paura, e il tragitto è lungo. Sono gobbe, anche, corna, dorsi umidi, il giogo di legno, lo sterco che scivola sulle zampe dei buoi, le mosche che li seguono, la polvere che sollevano: l’immagine è esotica e monotona, due qualità che di solito non vanno di pari passo. Io spero solo che l’illusione del mio potere sopravviva fino alla fine del viaggio: che un mito mi protegga da un altro mito.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

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