Un bicchierino di Ningxia

08 gennaio 2015 11:42

Saremo cinesi. Facciamo gli indiani perché forse avremo la fortuna di morire prima, ma il mondo procede senza sosta verso la sinizzazione, una parola che porta in sé il segno di un destino sinistro.

Saremo cinesi: lo siamo un po’ di più ogni mattina. Le loro industrie crescono, i loro eserciti crescono, i loro soldi crescono e si moltiplicano. I loro prodotti invadono il mondo, e i prodotti mondo muoiono quando lo invadono. Gli acquisti cinesi (soia, minerali, macchinari, petrolio) hanno cambiato le economie di molti paesi: nessuno ha immaginato che avrebbero cambiato anche uno dei commerci più occidentali e cristiani. Nel 2013 la Repubblica popolare cinese è diventata il maggior mercato mondiale del vino rosso.

Per questo in questi dodici mesi hanno dovuto bere, o comprare, 1,86 miliardi di bottiglie: sembrano tantissime, ma in un paese con 1,37 miliardi di abitanti è poco più di una bottiglia ciascuno. In realtà ci sono centinaia di milioni di cinesi che non hanno mai visto un bicchiere di vino nella loro vita. Per quelli che l’hanno visto, il vino è diventato uno status symbol: un modo per proclamare che sono quello che (gli dicono che) bisogna essere.

Il tratto tipico dei nuovi ricchi è mostrare che sono ricchi. Il modo più semplice è facendo quello che gli altri non possono fare: bere vino, una cosa che ai cinesi non era mai venuta in mente, è un modo chiaro e allo stesso tempo accessibile. Bisogna essere molto ricchi per comprarsi una Ferrari, ma basta essere un po’ ricchi (o avere un buon conto spese dell’azienda o del partito) per vantarsi davanti a una bottiglia di Château Lafitte: tutto sta nel farlo in un ambiente che sappia distinguere questo vino da cinquecento, mille o duemila euro a bottiglia dai tanti che ne costano venti o trenta. Ma anche quelli hanno un loro significato.

A condizione che il vino sia rosso. Il rosso è il colore più cinese: il colore del paese, il colore del partito, il colore della fortuna. Bere vino rosso è bere tutto questo. Ecco perché il vino bianco non ha ancora successo: in Cina il bianco è il colore del lutto, e nessuno vuol bere quell’amaro calice. Ecco perché gli Stati Uniti sono ancora i primi consumatori mondiali di vino in generale, seguiti nell’ordine da Francia, Italia, Germania, Cina, Regno Unito, Russia, Spagna, Argentina e Australia.

In ogni caso, il vino è diventato una presenza fissa in Cina. Gerarchi e burocrati stanno curando di più le forme (c’è malessere e ci sono campagne contro la loro corruzione) ma i nuovi yuppie hanno raccolto il testimone: cercano modi per far notare la loro diversità, modi molto occidentali. Adesso molti cinesi prendono il caffè, mangiano hamburger e pizze, bevono vino, che di solito è ancora importato.

Ma i nuovi mandarini non si limitano a comprare vino. Hanno cominciato ad acquistare vigneti negli eleganti terroir francesi. A Bordeaux sono già il secondo gruppo di investitori stranieri: non comprano solo la possibilità di fare quei vini, ma soprattutto quella di capire come si fanno. I vignaioli europei desiderano ardentemente vendergli tutto il possibile qui e adesso: sanno che nel giro di pochi anni i cinesi faranno da loro i loro vini. Hanno già cominciato: per fortuna gli vengono ancor imbevibili, ma molto rossi.

Saremo cinesi. Finiremo per ammetterlo quando, prigionieri e disarmati, ci berremo un bicchierino di Ningxia, e crederemo che sia buono.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

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