Mauricio Macri dopo il suo giuramento da presidente davanti al congresso, a Buenos Aires, il 10 dicembre 2015.

Chi è l’uomo che vuole cambiare l’Argentina

Mauricio Macri dopo il suo giuramento da presidente davanti al congresso, a Buenos Aires, il 10 dicembre 2015.
11 dicembre 2015 10:42

Sono strane le ragioni per cui le persone fanno le cose. Se suo padre lo avesse trattato meglio, sicuramente oggi Mauricio Macri sarebbe un produttore di macchine miliardario o il numero uno dello smaltimento dei rifiuti in Argentina. Perché dicono (lo dicono tutti) che, quando cominciò a cercare la luce dei riflettori pubblici, quello che davvero voleva era uscire dall’ombra di suo padre, Franco, un self-made man nato in Italia che con l’aiuto di governi militari e civili era diventato uno dei maggiori industriali argentini.

Mauricio aveva già 37 anni, aveva studiato ingegneria, ballato molto e lavorato sempre nell’azienda di papà, quando decise di provare a volare con le sue ali. Sentiva di non essere apprezzato dal padre, di dover fare qualcosa da solo. Nel 1995 si presentò con un grande spiegamento di propaganda e marketing alle elezioni del Club atlético Boca juniors, le vinse e cominciò a diventare famoso.

Due o tre anni dopo era sull’orlo del naufragio: la squadra, nonostante i nomi altisonanti comprati dal giovane presidente (Diego Armando Maradona, Claudio Caniggia, Carlos Bilardo), non vinceva nulla. Gli restavano pochi mesi di presidenza, e una sconfitta assicurata alle elezioni successive, quando ebbe l’idea di assumere un allenatore meno famoso, un tale Carlos Bianchi. Da quel momento il Boca vinse tutto e Macri spiccò il volo.

I presidenti Kirchner hanno fatto di Macri il loro nemico: sembrava una mossa molto astuta

Dallo sport, come Silvio Berlusconi e George W. Bush, passò alla politica. Fondò Propuesta republicana (Pro), un partito vicino alla vecchia destra ma con un’aria moderna e imprenditoriale. Erano i tempi in cui per la prima volta i ricchi argentini accettavano le regole del gioco democratico, invece di prendere il potere con un colpo di stato militare o qualche capriola peronista.

Nel 2003, quando si candidò per la prima volta a sindaco di Buenos Aires, Macri fece convergere tutti i voti anticonservatori sul suo rivale, un giovane avvocato progressista, che vinse. La seconda volta, nel 2007, sarebbe successo lo stesso se Néstor Kirchner, allora presidente dell’Argentina, non avesse diviso quelle forze: Macri era un avversario troppo conveniente per sprecarlo. Gli serviva per definirsi: se il suo avversario era buona famiglia, scuola religiosa, grande impresa, liberista, filostatunitense, lui poteva presentarsi come il contrario. I presidenti Kirchner hanno fatto di Macri il loro nemico: sembrava una mossa molto astuta fino al 22 novembre del 2015, quando Macri ha ottenuto il potere che loro, diventati lei, pensavano di non perdere mai.

Poco tempo fa un grande politico spagnolo, saggio al governo e nella sconfitta, ha detto che in questi tempi di programmi miseri, non sono le opposizioni a vincere le elezioni, ma sono i governi che le perdono. Tre mesi fa nessuno (e ripeto: nessuno) dubitava del fatto che il peronismo avrebbe vinto le elezioni. La sorpresa è stata graduale: al primo turno Mauricio Macri ha ottenuto cinque milioni e mezzo di voti, il 25 per cento. Per arrivare al 51,4 che l’ha portato alla presidenza, l’hanno dovuto votare più di sette milioni di argentini che non avevano scelto lui al primo turno. Anche per questo non avrà la maggioranza al congresso e dovrà negoziare su ogni legge.

Poca ideologia

Macri ha vinto soprattutto perché per molti il governo di Cristina Kirchner era diventato insopportabile: i suoi inganni, il suo autoritarismo, la sua superbia, i discorsi mai tradotti in pratica, l’atteggiamento di scontro costante. Quindi Macri ha scelto di tenere (o d’interpretare) l’atteggiamento contrario: ha insistito molto sul dialogo, sulla concertazione, sulla gentilezza, sul disprezzo delle “ideologie”. L’hanno eletto di domenica e ha festeggiato fino a tardi, con balli e champagne. Il suo primo gesto da presidente eletto, lunedì di prima mattina, è stato tenere una conferenza stampa, cosa che la ex presidente non teneva mai.

Il cambiamento nel modo di gestire la politica argentina sarà molto apprezzato nei primi giorni. Poi Macri avrà bisogno di molto di più. È già evidente che comincerà stravolgendo il sistema di alleanze della regione: avvicinerà l’Argentina al liberalismo del Cile, della Colombia e degli Stati Uniti, allontanandola dal populismo del Venezuela o dell’Ecuador.

Ma il problema principale sarà l’economia, con le casse dello stato svuotate dal peronismo. Non è ancora chiaro cosa farà la sua équipe economica per stabilizzare il prezzo del dollaro senza far decollare un’inflazione che a novembre aveva già superato il 3 per cento su base mensile, come riorganizzerà un sistema di sussidi, che favorisce i ricchi più dei poveri, cosa farà per rilanciare le economie regionali schiacciate dai controlli sul tasso di cambio.

Il sospetto è che quando ci sarà da scegliere il governo Macri sceglierà i ricchi. Forse non sarà così

Macri ha una qualità rara: sa di non sapere, e gli piace circondarsi di persone che dovrebbero sapere. Ha già annunciato il suo governo: un rabbino all’ambiente, un editore alla cultura, una funzionaria delle Nazioni Unite agli esteri e un kirchnerista al ministero della scienza e della tecnica. Ma la maggior parte dei ministri sono economisti e imprenditori di grandi aziende. Macri parla molto di gestione e fa leva su una delle convinzioni più diffuse di questi tempi: che l’efficienza e l’onestà non siano “né di destra né di sinistra” e facciano bene a tutti. È chiaro che l’efficienza e l’onestà sono migliori dell’incapacità e del furto, ma ogni iniziativa importante del governo comporta una scelta che lascia sul campo vincitori e vinti, favoriti e sfavoriti. Quando si ridistribuisce la ricchezza, o ci guadagnano gli imprenditori o ci guadagnano i lavoratori.

Il sospetto è che quando ci sarà da scegliere il governo Macri sceglierà i ricchi. Forse non sarà così: il nuovo presidente sembra pragmatico, poco legato ai princìpi. La sua ideologia traspare con forza in molte sue iniziative, ma ha già dimostrato di saperla mettere da parte quando gli conviene, come quando respinse la richiesta dell’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio di bloccare la legge sul matrimonio gay a Buenos Aires. È comunque probabile che in certe occasioni la sua formazione imprenditoriale torni a farsi sentire con forza. E questo in Argentina di solito si paga caro.

La vendetta di Cristina

Contro di lui c’è il peronismo. La sua vittoria ha fatto crollare uno dei due miti della politica argentina moderna: l’idea che solo il peronismo potesse vincere le elezioni. Resta l’altro: l’idea che solo il peronismo possa governare. Il vecchio apparato di potere, sconvolto dalla prima sconfitta in molti anni, è in piena lotta interna: quattro o cinque ambiziosi cercano di approfittarne. Alcuni proveranno a farsi notare trattando con il nuovo governo, mostrando di voler collaborare per il bene della patria. Altri faranno una dura opposizione, mostrando che la patria si forgia nella lotta.

È la posizione del peronismo kirchnerista: la sua unica possibilità di sopravvivenza, adesso che è lontano dal denaro pubblico, è dire che con Cristina vivevamo meglio, quindi lei deve tornare alla presidenza. Per provarlo bisogna che la gestione di Macri sia un disastro, quindi si devono creare tutti i problemi possibili. Intanto si è cominciato a demonizzarlo. Gli vengono attribuiti propositi orribili, viene dipinto con toni così foschi che combatterlo sembra inevitabile. Per ora questo non ha convinto nessuno, ma bisogna vedere cosa succederà quando Macri assumerà il potere e tutto sarà colpa sua.

Le possibilità sono molte e molto diverse. È probabile che all’Argentina tocchino, come sempre, tempi difficili. Ma almeno è successo qualcosa che ha il fascino della novità. Molto, forse troppo, dipende da Mauricio Macri. Simon Kuper ha raccontato sul Financial Times i suoi incontri con Macri fin da quando si sono conosciuti, più di dieci anni fa, a una conferenza a Oxford. Kuper lo ricopre di elogi e gli augura ogni bene, ma nell’ultima riga scrive che l’ex giovane avrà anche convinto molti, ma deve ancora convincere suo padre. Il fatto è che Franco Macri ha detto a Kuper che suo figlio “ha la testa per essere presidente, ma non il cuore”, e anche Kuper ne é convinto. Macri, ormai presidente, sa che la sua opportunità sarà ora o mai più.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

Questo articolo è stato pubblicato sul settimanale spagnolo Ahora. È stato pubblicato l’11 dicembre 2015 a pagina 82 di Internazionale, con il titolo “Mauricio Macri. Nel nome del padre”. Compra questo numero| Abbonati

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