05 giugno 2020 12:26

Potremo utilizzare Immuni, l’app di tracciamento di cui si parla moltissimo in questi giorni in Italia, come metafora delle insidie e delle opportunità del mondo digitale. Per arrivare quasi subito alla conclusione, per la verità non troppo rassicurante, che il mondo digitale per come lo intendiamo oggi, non risolve granché, complica le nostre vite e alimenta nuovi sospetti.

Cosa accade quando durante una grave pandemia mondiale che compare più o meno improvvisamente uccidendo migliaia di persone, ci si accorge che uno dei pochissimi presidi preventivi a nostra disposizione sarà tracciare i contatti delle persone ammalate per isolarle dal resto della comunità? Accade che si cercherà di utilizzarlo.

Versione analogica. Il paziente ammalato viene interrogato sulle sue frequentazioni degli ultimi giorni; vengono isolati i suoi parenti più stretti e i contatti di lavoro; gli uffici di igiene e sanità pubblica contattano telefonicamente le persone che hanno avuto relazioni con lui. I contatti – come abbiamo letto mille volte in questi mesi – sono messi in quarantena e, talvolta, sottoposti al tampone.

Versione digitale. Il paziente ammalato ha una password per segnalare sull’app Immuni, se lo vorrà e se ha deciso di utilizzarla, la propria positività al nuovo coronavirus. Il tutto avverrà anonimamente nei confronti di altre persone che avranno scelto volontariamente di scaricare e attivare la stessa app. A quel punto le persone che sono state a contatto con chi è risultato positivo potranno decidere autonomamente cosa fare: se mettersi in quarantena, se provare a fare il test, se far finta di niente, spegnere Immuni e non segnalare niente a nessuno.

Responsabilità e diffidenza digitale
Pur considerando che la versione digitale non sostituisce quella analogica occorrerà acconsentire a un paio di princìpi. Che l’efficacia del tracciamento digitale rispetto a quello analogico sarà, anche nella migliore delle ipotesi, una frazione del primo, e che tutto sarà interamente affidato alla responsabilità individuale dei cittadini (mentre i cittadini che violano la quarantena analogica rischiano perfino il carcere) e alla diffusione dell’app tra le persone.

Personalmente sono molto favorevole alla responsabilità individuale, penso che le società democratiche si fondino su di essa. Resta da chiedersi – estendendo magari la medesima domanda alle decine di migliaia di italiani che hanno perso un parente o un amico durante la pandemia – se davvero il ruolo del digitale possa, in casi tanto drammatici, ridursi a così poco. Se un simile evidente fallimento nel proteggerci dal virus, fin dalle sue intenzioni iniziali, non sia anche la concessione che ciascuno di noi riserva alla propria diffidenza digitale.

Tracciare i contatti, due metodi a confronto. Il video di Le Monde

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È forse per questo motivo che ho vissuto la lunghissima discussione su Immuni con un crescente fastidio. Come se gli esperti, gli informatici, i medici, i giuristi che si occupavano dottamente del tema non solo non cogliessero il punto (cfr. siamo dentro una gigantesca emergenza, le persone attorno a noi stanno morendo) ma che il rigore accademico e le posizioni espresse avessero il potere di condurre la discussione altrove: molto spesso, come accade inevitabilmente in questi casi, verso sé stessi e i propri molti pregi.

Polemiche
Mi riferisco in ogni caso al centro del problema, la parte autentica sulla quale ha senso confrontarsi, che risiede nell’idea di scrivere un’app che dia una mano contro il virus, e non all’enorme quantità di stupidaggini che l’hanno rapidamente circondata e molto spesso sostituita.

Davvero vogliamo condurre la discussione ogni volta verso altre importanti questioni come le disparità di genere nelle illustrazioni che Immuni mostra ai propri utenti? Davvero sarà il caso di occuparsi della società privata che l’ha sviluppata? Davvero vorremo imputare ai soliti Google e Apple nuove inedite aspirazioni di controllo legate al coronavirus? E via, giù per questa china, una china deprimente e doppiamente fastidiosa data l’importanza del tema di partenza, una china sempre più ripida che passa da Bill Gates, dal 5g e da tutto il corollario di magagne complottiste delle quali sembriamo non riuscire più a fare a meno. Una simile cacofonia sfuma e confonde la domanda centrale che alla fine avremo dimenticato: cosa siamo disposti a cedere, anche solo temporaneamente, per salvarci?

Immuni diventa così lo specchio di come siamo e di dove stiamo andando, di come la nostra paura del futuro non solo generi mostri ma sia anche in grado di spostare ogni volta il fuoco della questione verso angoli meno rilevanti.

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Il mondo perfetto che gli alchimisti del digitale disegnano per noi mal si presterà allora alle emergenze sanitarie e alle sue necessità di controllo sulla popolazione. Forse funzionerà in Cina ma non uscirà vivo da una discussione pubblica in una società democratica così fitta di teorici diritti e così dimentica dei suoi doveri pratici, i quali saranno, per una volta, immediati e bruschi. La ventilazione forzata in terapia intensiva da applicare a molte decine di pazienti contemporaneamente mal si accorderà con una meditata analisi del General data protection regulation (Gdpr) o con un interessante scontro di posizioni sul tipo di licenza open source da utilizzare per Immuni. Così come le molte ragionevoli perplessità sulla privacy dei cittadini messa a rischio non terranno conto delle ampie e ripetute lesioni di quegli stessi diritti che quei medesimi cittadini subiscono da anni nell’indifferenza generale. Improvvisamente Immuni, un’app pensata in fretta per salvarci, sarà il canestro dentro il quale osservare tutti i mali del mondo.

A questa innegabile complessità, a questo spostare l’attenzione, dovremo aggiungere il tema sempre presente della diffidenza preventiva verso il digitale: la vasta ignoranza bipartisan che la classe politica applica al tema (recuperate, a proposito, gli interventi e soprattutto le domande poste in commissione parlamentare alla ministra per l’innovazione tecnologica Paola Pisano o al commissario Domenico Arcuri), lo scarso interesse al di fuori della bolla degli addetti ai lavori nonostante i mezzi di informazione non parlino d’altro, e otterrete un ritratto non troppo impreciso di quello che sta accadendo in Italia oggi con Immuni.

Una vasta discussione pubblica della quale nel giro di poco perderemo memoria e che potrebbe essere forse così sintetizzata: non essendo noi disposti a rinunciare a niente, quello che otterremo sarà niente.

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