13 febbraio 2015 15:55


Whiplash

Cos’è. È il secondo film del trentenne Damien Chazelle, e racconta la storia di un giovane batterista (Miles Teller) che frequenta una scuola di musica di New York dove incontra un insegnante (J.K. Simmons) tanto carismatico quanto duro nei metodi. Entrambi poco avvezzi al dialogo e alla socialità, allievo e maestro vivono un rapporto intenso, a tratti morboso, che esclude tutti gli altri fino alla fine. Whiplash è candidato a cinque Oscar per film, sceneggiatura, montaggio, missaggio audio, attore non protagonista.

Com’è. Whiplash ha quell’impianto dei film sulla disciplina artistica in cui il protagonista è solo contro se stesso e l’insegnante apparentemente non è dalla sua parte. Per qualche verso può somigliare a Black swan. Ha una forma sicura, una regia consapevole e centrata, e due protagonisti perfetti per la parte. Tuttavia, gran parte del film consiste in gente che suona in una stanza con un docente che urla insulti, trasmette un timore reverenziale che diventa timore puro e semplice, scaglia improperi e oggetti agli allievi che soffrono, piangono, sudano, sanguinano. La musica è presente come ambiente, perché la scuola ha un nome diverso, ma in sostanza è la Juilliard di New York, una delle scuole di musica più famose al mondo. Ma se non fosse per il contesto, questo potrebbe essere un film sull’atletica negli anni della guerra fredda oppure sulla disciplina militare. Il rapporto tra docente e allievo è estremo: il maestro è disposto a distruggere la vita di tutti i suoi studenti per spingere un vero genio artistico a emergere andando oltre i propri limiti, e l’allievo è un ventenne di New York che non frequenta nessuno, quando trova una ragazza la scarica a favore della batteria, e sa solo suonare.

Merita una menzione particolare la fotografia di Sharon Meir, orientata verso giallo e blu, pastosa quasi come fosse Manhattan di Woody Allen ma a colori. Anche la rappresentazione di New York è originale, lontana dai totali e dai grattacieli, ferma sui palazzi normali, sui quartieri, sulle strade e sui negozi, con un taglio impeccabile.

Perché vederlo. Il film ha il pregio di una regia sicura, ferma, che anche quando deve esagerare lo sa fare con classe, e non ha paura di niente: ralenti, dettagli o primissimi piani che siano, risultano tutti elementi coerenti con il film, indipendentemente dall’enfasi che esprimono. Si ha la sensazione che tutto quello che succede nel film sia pensato per funzionare così, e così funzioni. È raro in assoluto, ma nel primo lungometraggio di un trentenne è davvero stupefacente. J.K. Simmons è uno dei più grandi caratteristi di Hollywood e qui riesce a passare da confidente ad aguzzino nel giro di uno sguardo, e fa fisicamente paura anche al pubblico. Miles Teller per contrasto è un anaffettivo impeccabile, e comunica tutto con pochissimo, distinguendosi da molti suoi coetanei. Il film ha decisamente ritmo ed è fotografato con stile.

Perché non vederlo. In tutto Whiplash, se si esclude la relazione tra i due protagonisti, non c’è niente di credibile. Il modo in cui gli studenti interagiscono tra loro, la musica che fanno, la musica che suona il docente severissimo quando lo si vede al piano in un bar, le modalità didattiche, la reazione degli allievi, i modelli musicali che non vanno oltre gli anni cinquanta, le torture fisiche e psicologiche, il sangue, il dolore, gli insulti: tutto quello che nel film ha a che fare con la musica non ha niente a che vedere con la musica. Non si fa nemmeno mai riferimento al suono, all’espressione, ma sempre a dati numerici, atletici, come andare veloci, stare a tempo, non correre, non stare indietro, vincere o perdere un concorso. È un’impostazione che serve al cuore del film, ma dopo un po’ si ha l’impressione di essere presi in giro.

In sostanza il film fa capriole stupende per raccontare una storia piccola che vive all’oscuro dell’ambiente in cui si svolge. Anche l’empatia nei confronti dei personaggi è sostanzialmente esclusa, vista l’eccentricità secca dei due, di cui quasi niente sappiamo se non che sono così, soli al mondo e cattivi (ok, me lo segno).

Il film ha poi una tendenza alla bellezza delle immagini che diventa gusto per la calligrafia degli infiniti momenti drammatici, dando a parecchie scene un tono grave che dopo un po’ sfinisce. In tutto il film, dall’inizio alla fine, non c’è un momento di ironia o leggerezza: niente, né nella scrittura né nello stile né nella recitazione. Non c’è, in poche parole, vita. C’è il rapporto morboso, c’è l’ossessione, c’è la voglia di riscatto, ma è sospesa nel vuoto di una teca perfetta che non ha niente intorno. Di conseguenza Whiplash risulta sì frizzante ma anche futile, un po’ come un assolo troppo lungo.

Una battuta. Se vuoi la cazzo di parte, guadagnatela.