26 gennaio 2016 16:05

Cos’è. Steve Jobs è la biografia del capo carismatico della Apple, diretta da Danny Boyle, scritta da Aaron Sorkin e tratta dal libro di Walter Isaacson. Gli attori principali sono Michael Fassbender (Jobs), Kate Winslet (la sua assistente Joanna Hoffman), Jeff Daniels (l’amministratore delegato John Sculley) e Seth Rogen (Steve Wozniak, cofondatore della Apple).

Il film racconta la personalità di Jobs più che la sua storia, e si compone di tre atti ben distinti: l’ultima mezz’ora abbondante che precede le conferenze di presentazione del primo Macintosh, del NEXT e dell’iMac. Poco prima di affrontare il pubblico, nell’atmosfera febbrile dei preparativi, Jobs incontra la madre di sua figlia, la figlia stessa, Wozniak, Sculley, un giornalista, ingegneri che lavorano per lui, oltre ad avere sempre accanto Joanna Hoffman. Nei tre atti, a distanza di alcuni anni, le persone e i rapporti cambiano insieme al protagonista.

Dopo una storia produttiva lunga e complessa, con un passaggio da Sony a Universal e un cast poi sfumato che prevedeva nomi come Leonardo DiCaprio e Christian Bale, il film è stato un flop al botteghino. Aaron Sorkin ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura all’ultima cerimonia dei Golden Globe lo scorso 10 gennaio.

Steve Jobs


Com’è. Steve Jobs si occupa della persona privata più di quella pubblica, e lo fa mettendo letteralmente in scena quello che succede dietro quando nessuno guarda, prima che le luci si accendano e comincino quelle cerimonie laiche che sono sempre stati i keynote di Jobs, momenti di celebrazione di un uomo che alternava a questi bagni di popolarità una riservatezza sia strategica che di carattere. Il film, flashback compresi, si svolge quasi interamente in spazi chiusi: garage, appartamenti, camerini, corridoi, retropalchi in cui Jobs sembra imprigionato davanti alle sue responsabilità, e viene raggiunto da tutte le persone più importanti della sua vita in maniera sistematica.

Il testo di Aaron Sorkin è al solito molto fitto, e per due ore non si fa che parlare. Il suo marchio di fabbrica, il walk and talk, la scena in cui due personaggi dialogano camminando di fretta, sparandosi frasi rapide e affilate mentre stanno facendo altro, è presente ma bilanciato da molti momenti di confronto statico.

Il film è in sostanza concepito come una pièce teatrale. Tutto quello che avviene prescinde dalle scene, dai luoghi, dalle inquadrature, è solo testo e recitazione. In due ore non c’è una azione rilevante: non si vede mai la conferenza ma solo quello che viene prima, non si vivono i problemi della figlia ma se ne discute, non ci sono i momenti della vita privata e professionale di Jobs ma solo il commento, il giudizio, il rimorso, il rinfacciare e chiedere conto. Questo permette di attenuare il senso di santificazione in cui un film del genere rischiava di precipitare, lascia fuori dalla porta il profumo di marketing che sarebbe stato indigesto, ma rischia di risultare verboso.

Con una sceneggiatura così, la regia di Boyle ha la capacità di sparire, non mettere un’enfasi che sarebbe stata superflua, dare al tutto un aspetto lineare e leggibile quanto possibile (escluse sovrimpressioni e flashback un po’ raffazzonati). Gli attori sono tutti in parte, soprattutto Kate Winslet, e anche l’abitudine di Fassbender all’iperdrammaticità è finalmente contenuta.

Perché vederlo. Steve Jobs è un film che ha un punto di vista diverso da quello di tutti gli altri. Arrivando a cose fatte, a valle di anni di santificazioni e agiografie, decide di raccontare l’uomo partendo dal retro, dalle incongruenze nascoste al pubblico, dalle inettitudini e dalle contraddizioni, dal senso di inadeguatezza continuo e costante alternato a un’esaltazione titanica che non ha pietà di niente e di nessuno. Sorkin produce una versione decisamente più blanda di The social network, meno nevrotica, e la mano di Danny Boyle aiuta a non inquadrare queste formule già di per sé schematiche nella griglia meticolosa tipica della regia di David Fincher.
Il risultato è un film scritto e recitato con cura, che non risulta noioso anche se è fatto solo di gente che parla ininterrottamente. Grazie a quella morbidezza in più, è anche capace di suscitare un po’ di commozione. La capacità di inventarsi un impianto originale per prendere un soggetto ormai bollito e dargli un taglio così diverso è veramente ammirevole.

Perché non vederlo. Le forzature di tempo e luogo a teatro sono ammesse per convenzione, mentre in un film realistico (non di David Lynch) sembra veramente assurdo che alle otto e mezza di mattina, prima di un appuntamento così importante, vadano tutti da uno degli uomini più potenti e ricchi della Silicon valley per esercitare il loro diritto alla resa dei conti.

Aaron Sorkin era impareggiabile quando costruiva le sue giostre di dialoghi e potere in gruppi di lavoro complessi (Sports night, The west wing) che diventavano grandi famiglie, dove molte personalità determinate si scontravano come in un acceleratore di particelle, con un’intensità forse non realistica ma capace di generare dinamiche inedite. Ma da quando ha intrapreso la strada dei film con un solo protagonista contro il mondo, Sorkin racconta sempre lo stesso personaggio.

Al centro della scena c’è un uomo geniale e scontroso, circondato da persone che lo ammirano ma non riescono a condividere i suoi standard e il suo acume, e vengono per questo brutalizzate. Va un po’ meglio a una donna sagace al suo fianco, che gli tiene testa, lo ama, lo capisce, lo spinge a fare i conti con le sue responsabilità. In seguito a un disamore, il protagonista è incapace di amare a sua volta, e supplisce sul piano professionale mettendo nel lavoro una determinazione e una meticolosità ossessive. Non a caso il protagonista di The social network era così, anche se è chiaro a tutti che Mark Zuckerberg non ha quella personalità. Era identico anche il giornalista televisivo interpretato da Jeff Daniels in The newsroom.

E Steve Jobs? Non possiamo saperlo, e non sembra poi così importante, perché comunque Sorkin riproduce sempre questo schema. Il risultato è anche efficace: uno spazio artificiale in cui tutto torna, ciascuno ricopre un ruolo netto senza sfumature, ci sono tante battute sferzanti e frasi storiche, alcune umiliazioni, qualche momento di dolcezza e nemmeno un grammo di verità.

Una battuta. Sono fatto male.