22 novembre 2013 11:19

Da sistema bipolare a disturbo bipolare: è il riassunto dell’attuale situazione italiana. Il bipolarismo vero nacque vent’anni fa con il crollo dei partiti della prima repubblica, per la gioia di schiere di politologi e commentatori. Certo, Berlusconi in politica non era un bel vedere, ma finalmente l’Italia era diventata una democrazia compiuta, con due blocchi che si alternavano al governo.

Ma due anni fa questo bipolarismo è stato accantonato in nome dell’emergenza. Altro che alternanza al potere: con Mario Monti prima e con Enrico Letta poi, destra, sinistra e centro lo usano giusto per sbrigare “due cose indispensabili”, cioè “raddrizzare i conti” e “fare subito la riforma elettorale”. Poi si tornerà alle urne e, va da sé, ai governi di alternanza. Peccato che già si è già tornati alle urne, senza riforma elettorale, per varare poi le larghe intese giusto per “fare due cose indispensabili e poi tornare subito alle urne”, peccato che anche ora della riforma elettorale non c’è traccia.

Altro che ritorno all’alternanza. È un po’ come la promessa della ripresa economica, che ci sarà sempre “l’anno prossimo”. Ora Letta dice che vuole durare per tutto il 2014. Ma perché non anche per il 2015? In fondo cosa cambia? Tanto la legge elettorale non sarà pronta neanche l’anno prossimo, e ci saranno sempre i conti da raddrizzare.

Intanto ci teniamo l’illusione del bipolarismo. Tutti i sondaggi in tv o sui giornali ci informano del testa a testa tra centrosinistra e centrodestra, sommando il voto di Pd e Sel o il voto di Forza Italia, Nuovo centrodestra e Fratelli d’Italia: partiti di governo e di opposizione insieme, come se non facesse nessuna differenza.

Ma le larghe intese fanno la differenza. Non ultimo accelerano la crisi dei partiti, di tutti i partiti. Il fu Pdl, il Pd, Scelta civica hanno una cosa in comune: un disturbo bipolare sempre più conclamato. Più che all’avversario si oppongono a se stessi, quindi si consumano in lotte intestine, si disgregano, si spaccano.

E offrono al pubblico esterrefatto pezzi da teatro dell’assurdo. Il meglio l’ha dato il Pdl, scindendosi tra Forza Italia e Ncd, tra falchi e colombe, tra lealisti e governativi. Volano gli insulti di “traditori” ed “estremisti”, anche se tutti difendono strenuamente Berlusconi, raccontano le stesse panzane sulla sua persecuzione giudiziaria, odiano l’Imu e tutte le tasse. E malgrado gli insulti veniamo informati che alle prossime elezioni saranno alleati.

Alleate saranno forse anche le truppe di Scelta civica. Ma al momento fanno una bella scissione pure loro; ai cittadini sfugge il motivo della guerra intestina, ma non fa niente. Tanto il partito sta scomparendo dai radar dei sondaggi.

Per il Pd invece non si annunciano scissioni imminenti. Ma anche quel partito è uno e bino e si diverte soprattutto con le sue lotte intestine. Lotte che non appassionano più nessuno se non i diretti interessati. Matteo Renzi ce la farà sicuramente a vincere le primarie. Ma a differenza di tutte le altre primarie quelle di adesso non sono vissute come rigeneranti, ma come uno

show down che rischia di lasciare un campo di macerie. Questa volta Renzi asfalterà “l’usato sicuro” di bersaniana memoria. Ma con la sua vittoria la guerra intestina al Pd non sarà affatto finita. Prenderà vigore il duello Renzi-Letta. E anche se non si spacca, il Pd rischia comunque di disgregarsi più o meno silenziosamente.

Tutto questo a prima vista non sembra avere effetti tangibili sull’elettorato. Tutti i sondaggi ci dicono che centrosinistra e centrodestra sono al 33-35 per cento ciascuno, mentre i Cinque stelle possono contare su un 20-25 per cento: la perfetta fotografia delle elezioni di febbraio.

Quindi i partiti possono continuare impunemente il loro triste spettacolo, fatto di larghe intese e lotte fratricide? Forse no. L’altro giorno, alla camera dei deputati, il capogruppo Pd Roberto Speranza alzava le dita in faccia ai grillini, facendo il numero sei. Gli rinfacciava il 60 per cento conquistato dal candidato del centrosinistra alle elezioni in Basilicata. Ma sarebbe molto più interessante un altro 60 per cento, che però sembra essere sfuggito al trionfante Speranza. In Basilicata il 60 per cento degli elettori o non è andato alle urne o ha votato scheda bianca o nulla. Quindi possiamo dire che anche i cittadini soffrono un po’ di disturbo bipolare. Nei sondaggi, come se volessero scherzare, dichiarano antiche fedeltà, ma nelle urne regalano frane spaventose a tutti i partiti.