Il presidente della regione Lombardia Roberto Maroni parla con i giornalisti a Milano, 22 ottobre 2017. (Luca Bruno, Ap/Ansa)

I paradossi del referendum in Veneto e Lombardia

Il presidente della regione Lombardia Roberto Maroni parla con i giornalisti a Milano, 22 ottobre 2017. (Luca Bruno, Ap/Ansa)
23 ottobre 2017 15:32

Fin dall’inizio il referendum autonomista non si era affatto annunciato come un dramma. Il Veneto e la Lombardia non ambivano a presentarsi come una Catalogna italiana, come regioni sediziose pronte a rischiare un conflitto frontale con il potere centrale. Non c’erano dunque migliaia di reporter arrivati da ogni angolo del mondo come a Barcellona, non si notavano agguerrite manifestazioni di piazza, non erano mobilitati i corpi di polizia.

La spiegazione data da gran parte dei mezzi d’informazione era semplice: in fondo con il referendum di domenica non si decideva “sostanzialmente nulla”. Altro che il quesito catalano, teso a sovvertire l’ordine costituzionale! I lombardi e i veneti erano chiamati, con un voto meramente consultivo, a decidere solo se i loro governatori dovevano scrivere una letterina al governo nazionale, chiedendo trattative per estendere gli spazi di autonomia regionale in vari campi della politica.

Si tratta di un percorso previsto dalla costituzione stessa all’articolo 116; non stupisce quindi che il referendum avesse l’avallo della corte costituzionale. Di più, quella lettera Luca Zaia, governatore del Veneto, e Roberto Maroni, governatore della Lombardia, l’avrebbero potuta scrivere senza consultare i loro cittadini.

La partecipazione massiccia sorprende soprattutto per il fatto che gli elettori non potevano decidere granché

Inoltre un punto centrale nella campagna dei sostenitori dell’autonomia non era altro che una promessa da marinaio: la promessa di ritoccare il “residuo fiscale”, di ottenere per le due ricche regioni del nord una fetta più grande delle tasse pagate sul territorio. La materia infatti non è prevista dall’articolo 116 della costituzione come oggetto delle trattative che ora dovrebbero cominciare.

Allora si è trattato di una barzelletta, di un referendum inutile e superfluo, in breve di una farsa, come hanno voluto decretare diversi critici? Le premesse c’erano tutte – ma paradossalmente quella farsa, quel voto sul nulla è stato coronato da un grande successo, dovuto in primis alla partecipazione, altissima in Veneto e ben nutrita anche in Lombardia, una partecipazione massiccia che sorprende proprio per il fatto che gli elettori non potevano decidere granché.

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Potevano però usare il referendum per portare avanti una forte domanda di cambiamento. Il fatto che in Veneto si sia recato alle urne ben il 57 per cento dell’elettorato e che anche in Lombardia – dove per di più non è previsto neanche un quorum – si sia raggiunto il 40 per cento sottolinea che nel nord serpeggia un forte malcontento per come i poteri – e le risorse – sono distribuiti tra stato e regioni. È un malcontento che travalica il bacino del voto leghista, e che anzi è diventato senso comune.

Rimane il fatto che sia stata la Lega a promuovere referendum. Ma quale Lega? Non quella di Matteo Salvini, tesa a trasformarsi in una forza nazionalpopulista dai forti toni lepenisti, antieuropea e xenofoba, ma piuttosto la Lega in versione Zaia-Maroni, quella delle origini nordiste, quella che grazie al fatto di governare le due regioni che rappresentano il cuore economico dell’Italia si è fatta più istituzionale, meno incline ai toni populisti e barricaderi di Salvini. E forse qui troviamo l’ultimo paradosso di questo referendum paradossale: che proprio il leader della forza vincitrice si debba preoccupare di più.

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