Il presidente del consiglio incaricato Giuseppe Conte incontra il presidente Sergio Mattarella per presentare il nuovo governo, Roma, il 4 settembre 2019. (Giandotti, Eidon/Camera Press/Contrasto)

Il governo dovrà costruire un’alternativa alla politica dell’odio

Il presidente del consiglio incaricato Giuseppe Conte incontra il presidente Sergio Mattarella per presentare il nuovo governo, Roma, il 4 settembre 2019. (Giandotti, Eidon/Camera Press/Contrasto)
06 settembre 2019 10:09

Saranno in tanti, in Italia e non solo, ad avere tirato un bel sospiro di sollievo. Niente più servizi televisivi, giorno per giorno, con il ministro Salvini ora agghindato in una felpa dei carabinieri o della polizia, ora in una polo dell’Aeronautica militare o della polizia locale, niente rischio di elezioni imminenti con la prospettiva di trovarsi il leader della Lega presidente del consiglio: il pericolo di una brutta svolta a destra dell’Italia, una svolta che avrebbe accentuato tanto i conflitti all’interno del paese quanto quelli sulla scena europea, per il momento è scampato.

Ma sarebbe ingeneroso parlare di Matteo Salvini come di uno sprovveduto che non sa fare i suoi calcoli. Da politico spregiudicato qual è li ha sempre fatti benissimo da quando ha preso i redini della Lega nel 2013. Lui, fino ad allora “padano” convinto – “la bandiera italiana non mi dice niente” – ha impresso a quel partito regionalista-secessionista una svolta da capogiro, trasformandolo in una forza ultranazionalista – “prima gli italiani!” – con felpe annesse e connesse.

Ha saputo cogliere, nel 2018, l’occasione del governo al fianco del Movimento 5 stelle. E ha saputo usare il ministero dell’interno come postazione da cui portare avanti la sua feroce campagna propagandistica contro “lo straniero”, portando la Lega al 34 per cento nelle elezioni europee.

Ha fatto bene i suoi calcoli anche ad agosto, optando per la crisi di governo. Ma quale alternativa c’era a elezioni anticipate? Nessuna, dato che l’M5s e il Pd da anni ormai sono legati da un reciproco odio viscerale. Una maggioranza M5s-Pd? Fantascienza, per Salvini, per tutti noi, dato che Matteo Renzi – che ha dalla sua la maggioranza dei parlamentari Pd – minacciava sfracelli fino alla scissione del partito se ci fosse stato anche solo il minimo dialogo con i cinquestelle.

È stato raggiunto il connubio tra due forze che hanno lasciato le opposte trincee per fraternizzare contro i “nuovi barbari”

Ma Salvini, lo spregiudicato numero uno, ha trovato due persone più spregiudicate di lui, tutti e due pronti a dare applicazione al famoso detto di Sandro Pertini, “a brigante, brigante e mezzo”: Matteo Renzi e Beppe Grillo.

Saranno stati meri calcoli di sopravvivenza (della propria corrente per l’uno, dei cinquestelle per l’altro) a muoverli, ma le loro mosse inaspettate hanno permesso una soluzione ancora quattro settimane fa inimmaginabile: il connubio fra due forze che, da un giorno all’altro, hanno lasciato le trincee opposte, scavate in lunghi anni, per fraternizzare contro i “nuovi barbari” (Grillo).

In questo modo Salvini ha perso una battaglia che credeva vinta in partenza, ma non ha affatto perso la guerra. Non è per niente vero quanto afferma lui, né quanto afferma Giorgia Meloni: che si sta insediando un governo nato “contro la volontà degli italiani”. M5s e Pd, secondo i più recenti sondaggi, dispongono di un consenso di circa il 45 per cento, esattamente come il centrodestra.

Le carte del centrodestra
Ma è altrettanto vero che la Lega, pure scesa nei sondaggi al 30-31 per cento, rimane il più forte partito italiano, e che il centrodestra ha buone carte per vincere le prossime elezioni regionali se si presenterà unito contro un fronte avversario spaccato.

Se quindi lo sgambetto al “capitano” è riuscito ci vuole molto di più per costruire una vera alternativa all’”Italia dell’odio” (Zingaretti) portata avanti, con notevole successo, dal leader della Lega negli ultimi mesi.

A seguire le trattative per la formazione del governo per giorni era sembrato che gli attori centrali non avessero capito questo fatto: si vedevano facce cupe, i due schieramenti non facevano che lamentarsi di “ultimatum” o “diktat” della controparte in questa fiera della diffidenza reciproca. Ad Antonio Padellaro, del Fatto Quotidiano, pareva di assistere alla nascita di un “governo dei ‘Malavoglia’”, e Beppe Grillo si è lamentato della “mancanza di euforia”.

E il contesto in cui nasce la nuova coalizione non rende il suo compito più facile. L’Italia è in piena stagnazione, l’economia non cresce, il malcontento dei cittadini – ottimo humus per Salvini – nell’immediato non diminuirà.

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Ma proprio in dirittura di arrivo la coalizione M5s-Pd ha dato segni di aver capito come stanno le cose. Ha presentato una squadra di ministri che promette bene, ha delineato una bozza di programma (mancano ancora tutte le indicazioni sugli interventi specifici) che può essere un’ottima base di partenza.

Una partenza che riuscirà meglio se le due forze coinvolte capiranno che è questa la loro unica possibilità se non vogliono preparare il terreno per la futura vittoria-rivincita di Salvini.

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