Un po’ di buon senso

24 marzo 2014 14:00

Gli stranieri si chiedono perché i brasiliani critichino i Mondiali anche se sono pazzi per il calcio. Il motivo è proprio questo: in Brasile i bambini cominciano a giocare a calcio appena hanno l’età per colpire un pallone.

È uno sport così radicato nella nostra cultura che i Mondiali hanno inevitabilmente un impatto forte sulla società. Prendiamo il Bom senso futebol clube, un movimento fondato nel settembre 2013 da alcune star del calcio per chiedere condizioni lavorative migliori per tutti in un settore dove i lavoratori hanno poca voce in capitolo, prestazioni sul campo a parte. Oggi il movimento ha più di mille iscritti e ha organizzato un enorme sit-in prima dell’inizio del campionato 2013.

Le richieste dei calciatori sono tre: un calendario più democratico per lasciare spazio di crescita alle squadre locali e impegnare di meno i calciatori più forti, che giocano anche ottanta partite a stagione; maggiore controllo sulle finanze delle società, che sono indebitate e non pagano gli atleti nonostante i ricavi aumentino ogni anno; prezzi dei biglietti più abbordabili e una programmazione migliore degli orari delle partite (decisi quasi integralmente dalla rete tv Globo) per riportare i tifosi allo stadio.

La campagna non è vista di buon occhio dalle tv, dagli sponsor, dai proprietari dei club e dai vertici dell’associazione brasiliana dei calciatori. Ma bisogna ammettere che contiene molto buon senso.

Traduzione di Fabrizio Saulini

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