Lagos, Nigeria, 2013. (Alex Majoli, Magnum/Contrasto)

È il secolo dell’Africa, ma il suo modello di sviluppo è insostenibile

Lagos, Nigeria, 2013. (Alex Majoli, Magnum/Contrasto)
20 agosto 2015 10:17

In un episodio della serie tv The West wing, l’Organization cartographers for social equality tenta di convincere il presidente statunitense Josiah Bartlet a introdurre in tutti i luoghi pubblici le mappe di Gall-Peters, sostituendole a quelle comunemente usate basate sulle proiezioni di Mercatore. Queste ultime, infatti, deformano le vere aree dei continenti terrestri, rimpicciolendo le regioni equatoriali a favore di quelle più vicine ai poli, come Europa, Russia e Stati Uniti, e restituendo un’immagine del mondo che, secondo i membri dell’organizzazione immaginata da Aaron Sorkin, “ha incoraggiato per secoli l’imperialismo europeo e lo sviluppo di un pregiudizio etnico sfavorevole ai paesi del terzo mondo”.

Così l’Africa, la cui area è in realtà maggiore di quella di Cina, Stati Uniti e India messi insieme, è diventata il più grande luogo della Terra che è possibile, e persino facile, dimenticare. Ma le cose sono destinate a cambiare: secondo gli analisti del Fondo monetario internazionale, il ventunesimo secolo sarà il secolo africano.

Il boom demografico

Mentre i paesi più ricchi – quelli del G7, la Russia e la Cina – hanno raggiunto intorno al 2010 il picco della popolazione in età lavorativa e si avviano a un graduale declino demografico, l’Africa è in pieno boom: tra i 25 paesi con i tassi di fertilità più elevati, solo due non sono della regione subsahariana, dove il 43 per cento della popolazione ha oggi meno di 14 anni. Entro il 2030, il contributo del continente africano alla crescita numerica della forza lavoro globale supererà da solo quello di tutti gli altri continenti aggregati. Tra il 2030 e il 2050, nel mondo, la popolazione in età lavorativa continuerà ad aumentare solo grazie ai giovani africani – un dato, questo, sufficiente a smascherare l’anacronismo delle attuali regole sulla migrazione in vigore nei paesi occidentali.

Il reddito pro capite è destinato ad aumentare, così come la domanda interna che spinge la crescita economica

Il “dividendo” economico di questa transizione può essere enorme. Più persone in età lavorativa implicano di converso una fetta più piccola di “dipendenti”: bambini e anziani che consumano risorse pur non producendo reddito. L’aumento del risparmio aggregato da parte del ceto produttivo potrà condurre a maggiori investimenti nel continente – ancora oggi dipendente dai trasferimenti esteri – e a un accrescimento dello stock di capitale e della produttività, il che permetterebbe di assorbire la crescente forza lavoro. Di conseguenza, il reddito pro capite è destinato ad aumentare, così come la domanda interna che spinge la crescita economica.

Redditi più alti, a loro volta, aumentano il costo-opportunità del non lavoro, incentivando l’occupazione femminile e l’aggiustamento al ribasso dei tassi di fertilità, il che libera la possibilità di maggiori investimenti sull’educazione dei figli e quindi l’accumulazione di capitale umano, fattore fondamentale per crescere a lungo.

Già oggi, all’inizio di questa transizione, l’Africa subsahariana è una regione in piena accelerazione. Dei 41 paesi che, nel 2015, cresceranno più del 5 per cento, oltre la metà – 22 – sono africani. Nessuno è europeo o nordamericano.

Secondo le stime del Fondo monetario, il pil dei 45 paesi dell’Africa subsahariana crescerà cumulativamente del 26,3 per cento tra il 2015 e il 2020. Cifre impressionanti, soprattutto se paragonate al 10,6 per cento previsto nei paesi del G7 e dell’Unione europea, o al 7,9 per cento dell’area euro. A trainare la crescita paesi come Costa d’Avorio (7,7 per cento quest’anno), Tanzania (7,2), Kenya (6,8) e Repubblica Democratica del Congo (9,2).

Sull’onda di questi numeri, c’è chi si è spinto a teorizzare l’eclissi della “maledizione delle risorse”, quella regolarità empirica secondo cui i paesi più ricchi sul piano delle risorse naturali non riescono a costruire benessere generalizzato e crescita di lungo periodo. Molte economie africane hanno cominciato a diversificare le proprie fonti di creazione del reddito, espandendosi soprattutto nell’area dei servizi anche grazie a un utilizzo spesso innovativo delle tecnologie mobili e digitali. Sono ormai almeno 90 i tech-hub del continente, che offrono spazi di condivisione e risorse a giovani imprenditori e creativi impegnati a cercare soluzioni a problemi di interesse pubblico: accesso all’istruzione, alla connettività e ai trasporti, efficienza del sistema dei pagamenti e del settore medico, tutela dell’ambiente.

Lagos, Nigeria, 2013. (Alex Majoli, Magnum/Contrasto)

La ormai solida partnership con la Cina ha inoltre facilitato lo sviluppo di progetti infrastrutturali e sociali. Spesso concepito e criticato in quanto rapporto predatorio, oggi i numeri parlano diversamente: le esportazioni della manifattura dei paesi dell’Africa subsahariana verso Pechino sono cresciute da 0,4 a 12 miliardi di dollari all’anno tra il 2000 e il 2013. Le materie prime sono la principale fonte di export della regione, ma verso la Cina pesano meno che verso i paesi occidentali (59 contro il 77 per cento delle esportazioni totali), grazie non solo all’abolizione, nel 2012, dei dazi commerciali verso oriente ma anche alla creazione di veri e propri cluster manifatturieri integrati in catene di produzione globali, che dalla Cina giungono in Etiopia (vetro, pellicce, calzature, componentistica automobilistica), Uganda (tessile, tubature in acciaio), Mali (raffinerie dello zucchero).

Un decennio di crescita non ha aiutato a risolvere il problema della povertà di massa nella regione

Il peso sull’economia regionale delle materie prime – che hanno subìto perdite tra il 30 e il 50 per cento negli ultimi tre anni – e il rallentamento economico della Cina potrebbero avere effetti negativi nei mesi e forse negli anni a venire, ma le vere vulnerabilità della regione subsahariana sono più profonde. La crescita del 5 per cento annuo registrata negli ultimi dieci anni non ha condotto a un proporzionale aumento dei posti di lavoro e persistono profonde sacche di disoccupazione.

Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, l’Africa subsahariana ha la più alta percentuale di “lavoratori vulnerabili” al mondo: il 77,4 per cento del totale degli occupati. Un decennio di crescita non ha aiutato a risolvere il problema della povertà di massa che affligge la regione, distribuendo in modo fortemente ineguale i suoi frutti, con la diseguaglianza che, secondo la Banca mondiale, “è a livelli inaccettabilmente alti e viene ridotta a un passo inaccettabilmente lento”.

Quando, tre anni fa, i lavoratori della miniera di Marikana, nel nord del Sudafrica, dove la disoccupazione tocca anche il 40 per cento nelle zone etnicamente segregate, sono scesi in strada per chiedere un aumento del loro salario pari a 500 euro al mese, la polizia ha sparato sui minatori uccidendone 34. Leadership sclerotizzate ed endemicamente corrotte, sistemi di governance e tutela dei diritti inadeguati lasciano esposti i cittadini e i beni comuni agli istinti predatori del grande business.

Le esperienze passate, come quelle del Sudest asiatico e dell’America Latina, dimostrano che la demografia non è destino e che grandi opportunità nascondono altrettanti rischi. Se il modello di sviluppo attuale non sarà emendato, il mito della crescita africana rischia di trasformarsi nell’incubo di una “seconda spartizione del continente”, peggio se accompagnata da reviviscenze di quello che Teju Cole ha definito il white-savior industrial complex.

Il boom demografico può finire per creare sempre più marginalità sociale a causa di masse crescenti che, lasciando le campagne, non riusciranno a trovare lavoro nel settore urbano dei servizi, proprio quando suonano sempre più forti le sirene del radicalismo etnico e religioso.

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